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| Da Taurianova a Fondi: diciott’anni di scioglimenti e infiltrazioni |
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| di Valerio Valentini |
| Lunedì 28 Febbraio 2011 03:04 |
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E sicuramente, nel nostro Paese, troppo spesso infangato da accuse di connivenze e collusioni tra politica e criminalità organizzata – e da sospetti che i Buoni, in fondo in fondo, a sconfiggere i Cattivi, non è che abbiano poi chissà quali interessi – è importante ribadire l’efficacia e l’eccellenza di alcuni provvedimenti presi per estirpare il cancro dello Stato. Come quello sullo scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiose.
È il 2 maggio del 1991 quando a Taurianova, piccolo comune nella provincia di Reggio Calabria, Rocco Zagari, boss della ‘ndrina locale ed ex consigliere democristiano, viene crivellato di proiettili nel più tipico scenario degli omicidi degli uomini d’onore: mentre siede dal barbiere. È però una morte che stravolge equilibri pericolosi, e nel giro di ventiquattr’ore la vendetta si concretizza nell’uccisione di quattro persone. Una strage. E di quelle cruenti, pure, che nemmeno in un film western. A Giuseppe Grimaldi, un altro boss locale, viene tagliata la testa e fatta rimbalzare, sparandole contro, per la via principale del paese reggino. Lo Stato reagisce, sotto la spinta di magistrati dal grande peso specifico, come Giovanni Falcone: viene approvato immediatamente il decreto che prevede lo scioglimento dei comuni in cui si ravvisano infiltrazioni mafiose. L’importanza di questo provvedimento, e la sua indubbia utilità, consiste in due punti, fondamentalmente. Il primo, il fatto che si colpiscono le organizzazioni criminali proprio nel loro snodo fondamentale, nell’anello di congiunzione tra la mafia e la politica, tra la lupara e le leggi, tra la violenza dei clan e la legalizzazione della loro esistenza. È nei Comuni che la malavita diventa criminalità organizzata, perché sono proprio i seggi locali, prima ancora che quelli del Parlamento, che fanno fare il salto di qualità alle cosche, che permettono ai padrini di assumere la direzione di alcuni lavori, che assegnano gli appalti a certe ditte e non a certe altre, che ridisegnano i piani regolatori delle città e delle campagne. Non solo; mettere un proprio uomo in un consiglio comunale è un chiaro segnale lanciato alla popolazione: è la manifestazione suprema del potere di un clan in quella zona. E, come se non bastasse, negli ultimi vent’anni, i Comuni sono le palestre in cui le mafie selezionano i giovani rampanti, i puledri di razza, i “cavallucci”, come li chiamano loro, riciclando un gergo ippico. Sono proprio quei cavallucci, svezzati nei consigli comunali, che, se si dimostreranno all’altezza, daranno la scalata ai seggi più importanti, quelli della regione prima, quelli del Parlamento poi. È la storia dei vari Francesco Campanella, Nicola Cosentino, Luigi Cesaro, Renato Schifani. Il secondo merito di quel provvedimento, è la sua natura applicativa elastica. Non c’è bisogno di accertare giuridicamente le responsabilità penali o le collusioni con la malavita dei consiglieri comunali, basta evidenziare stranezze pericolose, relazioni dubbie, rapporti di parentela, amicizia, frequentazioni di sindaci, assessori e consiglieri con padrini o picciotti per procedere. Dopodiché, il Prefetto locale avanza al Ministero degli Interni la richiesta di scioglimento e il Viminale, di solito, provvede.
Ora, dopo aver lodato il decreto Taurianova, è d’obbligo evidenziare alcune falle, perché fare le pulci a certe leggi significa provare a migliorarle nelle loro imperfezioni e renderle il più efficaci possibile. Innanzitutto, è un dato di fatto, un terribile dato di fatto, che i commissariamenti dei comuni sciolti per mafia troppo spesso si rivelano delle misere parentesi tra una giunta sospetta e l’altra, in quanto i commissari scelti da Roma sono di solito incapaci a gestire delle situazioni socio-politiche di cui non conoscono dinamiche e natura e, purtroppo, neppure la storia. Ecco che, quindi, a volte i commissariamenti, che durano da 18 a 24 mesi, sono periodi di paralisi dell’attività municipale che spingono i cittadini, anche quelli onesti, a rimpiangere le vecchie giunte. Colluse sì, ma almeno efficienti, in apparenza. È così che si spiegano i 27 casi di consigli comunali sciolti due volte. Sarebbe positivo – ed è una richiesta avanzata da più parti – che la scelta dei commissari venisse fatta in base a criteri più intelligenti, che impiantino in un Comune persone competenti in quel territorio; andrebbe inoltre creato, una buona volta, un albo ad hoc da cui individuarli, questi commissari, per esser certi dell’integrità morale e della capacità operativa di chi si nomina. Altra pecca del decreto sta nella sua arretratezza. Non è al passo coi tempi. La legge Bassanini del 1997, infatti, delega gran parte dei poteri e delle competenze agli uffici comunali, e non agli esponenti eletti: diventa sterile, alla luce di ciò, un provvedimento che elimina i consiglieri sospetti e lascia indisturbato al proprio posto chi fa i veri interessi del clan mafioso. Bisogna dire che, ultimamente, è stato tentato di rinnovare o migliorare la legge, come nel pacchetto sicurezza del 2009, che ha provveduto a stabilire l’allontanamento dei funzionari collusi dagli uffici o prevedendo l’incandidabilità degli amministratori ritenuti la causa dell’infiltrazione. Ma, paradosso dei paradossi – stavolta sì, tutto all’italiana – il pacchetto garantisce la possibilità, per l’amministratore colluso, cui è sbarrata la strada del seggio comunale, provinciale e regionale, di poter essere eletto deputato e senatore. Forse sarà stata una distrazione innocente dei giuristi di Alfano.
Infine, l’ultima stravaganza, pericolosissima, è quella che ha riguardato il comune di Fondi, municipio della provincia di Latina in cui erano state ravvisate infiltrazioni della ‘ndrangheta e della camorra dei Casalesi. Ebbene, il Comune non è stato sciolto perché la giunta si è dimessa. Precedente di una gravità assoluta, perché se passasse il concetto che le dimissioni sono un equivalente del commissariamento e dello scioglimento di un Comune, tanto varrebbe fare una bella croce sull’istituto voluto da Falcone. Se la giunta si dimette, vuol dire che in quel municipio si rivota dopo qualche mese, con un’alta probabilità di ritrovarsi le stesse facce nel consiglio comunale. E questo non possiamo permetterlo. Non possiamo permettercelo: le a armi che abbiamo in mano, dobbiamo proteggerle e affilarle, renderle più micidiali. Farle arrugginire significherebbe arrendersi. |
| Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Febbraio 2011 18:38 |