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La Rabbia e la Violenza. PDF Stampa E-mail
di Valerio Valentini   
Mercoledì 23 Febbraio 2011 12:05

Lettera di un ragazzo che il 14 Gennaio scorso era a Roma.

La violenza non c'entra. E non può essere tollerata. La violenza non c'entra assolutamente niente con le proteste di centinaia di persone che civilmente manifestano il proprio dissenso nei confronti di questa politica. La violenza è soltanto violenza, e va condannata, senza se e senza ma. Ora, è successo già altre volte che quando le proteste degeneravano in guerriglia, si catalogasse l'accaduto con "è colpa dei black block, degli anarchici, sono cretini, sono imbecilli"; noi Italiani siamo abbastanza bravi a sventolare gli stendardi del pacifismo e della non-violenza.

Invece, a mio modesto e trascurabile parere, dopo aver condannato, fermamente, la violenza, bisognerebbe scendere più in profondità per comprendere le dinamiche sociali che la generano e le cause che la scatenano. Liquidare l'accaduto dandone la colpa a pochi "cretini" è troppo facile; troppo miope è considerare sbrigativamente superato il problema della tensione perché "i manifestanti sono stati dispersi e sembra esser tornato l'ordine in città".

Sempre a mio modesto e trascurabile parere - ci mancherebbe altro - è impossibile restituire la civiltà ad un Paese coi manganelli e i lacrimogeni; dover isolare le strade d'accesso al Senato e alla Camera per permettere ai deputati di accedervi senza problemi, come se si fosse in stato d'assedio, vuol dire una sola cosa: quei deputati, così zelantemente protetti dalle forza dell'ordine, non appartengono più al Paese, ed è assurdo che per esercitare le loro funzioni parlamentari siano ormai costretti a rinchiudersi in gabbia. Ciò è sintomatico di come ormai i giovani non si riconoscano minimamente in chi li rappresenta, soprattutto quando scoprono che a decidere della sorte del loro futuro e di quello del loro Paese sono perfetti sconosciuti, eletti da nessuno, che non hanno il minimo pudore di prostituire la loro dignità (se ne hanno una) e non cercano, ormai, neppure più di nascondere i loro tradimenti, il loro prostrarsi e sottomettersi da un giorno all'altro al miglior offerente, che poi è sempre lo stesso. Scilipoti, Razzi, Polidori, Calearo... ma chi sono? Chi li ha mai conosciuti? Chi, soprattutto, li ha mai votati?

Oltre ad un malcontento, generato dunque dall'impossibilità di riconoscersi in chi amministra la cosa pubblica, c'è sicuramente, all'interno dei movimenti giovanili - di quelli civili, ribadisco - un senso di disorientamento nei confronti degli organi che non secondo la tradizione popolare, ma secondo quanto sancito dalla Costituzione, tanto idolatrata quanto ignorata, dovrebbero garantire la legalità e l'efficienza dell'attività parlamentare. E invece ci si ritrova di fronte un Capo dello Stato che, sia detto senza alcun intento di vilipendio, rimanda di un mese il voto alla camera sulla mozione di sfiducia e, soprattutto, non dice una parola sulla scandalosa campagna acquisti fatta dal Primo Ministro. Nessuno, è ovvio, si sarebbe aspettato chissà quale atto energico di Napolitano; solo che ogni tanto sarebbe bello, anziché sentirgli raccomandare sempre la pacatezza e la moderazione nel trovare riforme condivise, dare anche una strigliata a chi ha fatto della politica una professione personale, e del Paese il proprio baldacchino in cui manovrare le marionette come meglio crede, con la ferma consapevolezza di non dover rendere conto di niente a nessuno. Le dichiarazioni del Presidente della Repubblica hanno un certo peso specifico, che va ben oltre il loro significato in senso stretto: se invece che "abbassate i toni" avesse detto "basta con queste porcherie della compravendita di parlamentari", chissà, forse qualcosa sarebbe cambiato. Forse. Che poi non si capisce, assolutamente, neppure perché abbia accettato di fissare la discussione e la votazione sulla mozione di sfiducia lo stesso giorno in cui, da mesi, la Consulta aveva stabilito che si sarebbe pronunciata sulla costituzionalità o meno del legittimo impedimento; e ancor meno, permettetemelo, si capisce perché non abbia mosso un dito contro lo spostamento della seduta della Corte Costituzionale stessa. Non si può, assolutamente, subordinare un’attività della magistratura all’agenda politica, altrimenti non si è più in uno Stato, e men che meno in una democrazia.

Altro motivo di rabbia, presente nella popolazione, che non può essere più ignorato, per non permettere che sfoci nuovamente in atti violenti, è sicuramente la delegittimazione che, a livello mediatico, si fa delle istanze di chi protesta. Mi spiego meglio. In Italia, ormai, non ci si limita a prendere iniziative politiche che possano risultare più o meno gradite, più o meno condivise; si arriva, attraverso un uso monopolizzato e criminoso - questo sì - degli organi di informazione, a far apparire dei cretini e degli ingrati, quando non solamente comunisti e anarcoidi, tutti quelli che criticano l'operato delle istituzioni. E lo si fa mostrando come perfetti i provvedimenti del Governo e della politica in generale. Si dice che L'Aquila è stata ricostruita, che gli Aquilani hanno tutti una casa, e non si capisce perché manifestino, allora, gli Aquilani, con le loro bandiere nero-verdi; si blatera, da anni, che Napoli è stata ripulita dai rifiuti, che gli inceneritori e le discariche non fanno male alla salute, e allora perché 'sti napoletani continuano a rompere le scatole? Si annuncia ai quattro venti che la Riforma Gelmini è la panacea dell'Università, che combatte le corruttele degli Atenei e riduce i costi annullando corsi inutili, e si offende chi sta sui tetti oppure nelle piazze come uno "studente fuoricorso" o "uno di quelli dei centri sociali"; si ripete da mesi che la crisi è finita e che l'Italia l'ha superata alla grande, e si definiscono criminali gli operai che scioperano. Poi però ti ritrovi ad essere un aquilano e a non avere una casa tua, a sentire la gente che ride dei tuo morti al telefono e a perdere persino il ricordo di quella che era la tua città; ti ritrovi ad abitare a Terzigno, o a Napoli, a dover fare una corsa a ostacoli in mezzo alle tonnellate di rifiuti in strada oppure con un figlio malato di cancro; ti alzi una mattina, ricercatore universitario, e scopri che dall'anno prossimo non avrai più un lavoro, oppure operaio in fabbrica licenziato, e non capisci dove accidenti sia quel paese delle meraviglie che descrivono entusiasticamente in televisione. Non è tanto, quindi, l'impotenza di ottenere ciò che si vorrebbe, di combattere gli abusi e i soprusi del potere, le inefficienze della politica. No. È piuttosto l'impossibilità di ottenere almeno che tali inefficienze e tali abusi vengano ammessi pubblicamente come tali: questo è la vera inaccettabile ingiustizia. E' davanti al mancato riconoscimento della legittimità del tuo dissenso, alla negazione del tuo diritto alla rabbia, che spesso la disperazione scade nella violenza, e ti lasci trascinare da chi fa della guerriglia urbana la propria professione. Sbagliando, ovviamente, è bene ribadirlo. Anche perché, nelle strade di Roma, il 14 di dicembre c'erano poliziotti e studenti - anarchici o meno che fossero - a scannarsi tra loro; i veri responsabili di quella rabbia erano sui loro scranni di velluto, a misurare il profitto, la convenienza e la rendita di un "sì" o di un "no".

Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Febbraio 2011 18:09
 

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