|
È in un paese inventato che Buzzati sceglie di ambientare il suo primo romanzo; e allo stesso tempo Borgo di san Nicola, pur non esistendo se non nell’immaginario dell’autore, è ogni villaggio di montagna che prima o poi tutti abbiamo sognato, dove la vita è irrimediabilmente scandita dai ritmi naturali, da tradizioni calde e antiche, dalla presenza immutabile delle cime.
Qui a un ristretto gruppo di guardiaboschi è affidato l’onere di controllare i dintorni della Casa dei Marden, una vecchia polveriera in avamposto sulla valle; e il tempo scorrerebbe sempre uguale, tra variopinte leggende raccontate la sera e turni lenti a passare, se non fosse per gli sporadici assalti dei briganti alla polveriera, in uno dei quali muore Antonio Del Colle, emblematico membro anziano della guardia. Durante uno di questi attacchi il più giovane dei guardiaboschi, Bàrnabo, non riesce ad affrontare i banditi e scappa, lasciando soli i compagni. Viene condannato a scontare la più disonorevole delle pene: andarsene da Borgo di san Nicola per vivere in campagna. Bàrnabo accetta la punizione e si trasferisce, portando con sé come unico legame una cornacchia che aveva trovato ferita poco prima dell’attacco. Quando, a distanza di anni, rivede l’amico Bertòn, si ravviva in lui speranza di poter riottenere il suo posto, e fa ritorno al paese, dove gli viene assegnato il compito di vegliare sulla polveriera ormai in disuso. Bàrnabo si abbandona di buon grado a questo lavoro ingrato, nell’attesa che gli si presenti l’occasione di redenzione che cova dal giorno in cui ha disertato; ma quando un mattino vede arrivare i briganti da lontano, abbasserà il fucile e li lascerà passare, rinunciando così al riscatto che per metà della sua vita gli aveva fatto da miraggio.
Barnàbo delle montagne, scritto da un Buzzati appena ventisettenne e legato nel profondo all’universo di fiabe e miti nordici che aveva segnato la sua infanzia, contiene in sé le gemme dei temi che caratterizzeranno le opere future. Innanzitutto l’attesa - che diverrà poi il fulcro del Deserto dei Tartari - vista come condizione umana per eccellenza, è destinata a non trovare mai un compimento, rendendo all’apparenza vano ogni desiderio; ma in realtà non fa altro che stemperarsi in una quiete più luminosa e limpida (Bàrnabo che, dopo aver visto scomparire i banditi, pensa alla primavera, ai canti, all’odore del vento, così come il profetico sorriso finale del tenente Drogo). Seconda protagonista del romanzo è l’ineluttabilità del tempo. Ricorrono ossessivamente all’inizio di ogni capitolo richiami al trascorrere dei giorni, e all’incapacità degli uomini di rendersi conto di ciò, ancorati come sono alle proprie cicliche certezze; l’unico a tratti cosciente è lo stesso Bàrnabo, che si lascia prendere dalla furia nel tentativo di “… tornare indietro, respingere il tempo”. È questa consapevolezza a far apparire da un punto di vista ancora diverso la disperazione dell’attesa. Il romanzo è posto a modello della poetica di Buzzati anche per quanto riguarda lo stile: la sintassi è semplice, scarna, e a volte l’autore fa uso di formule fisse, come se stesse raccontando una storia già narrata; il lessico è sfrondato da qualsiasi tipo di lirismo, gli aggettivi sono ridotti al minimo, e le descrizioni sono quasi totalmente assenti. Quasi, poiché a questa regola Buzzati fa un’eccezione sola: le immagini che traccia delle native Dolomiti sono di una bellezza gelida e commovente. E forse nelle montagne, osservatrici crudeli e distanti come dèi, e nelle loro leggi alte e indifferenti, sta il vero metro di paragone delle azioni umane: attraverso “i valloni deserti, e le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille antichissime storie che nessuno potrà dire mai” ci si mostra l’angoscia di chi annaspa tentando di dimostrare la rilevanza del proprio arbitrio, e la fragilità reale delle nostre vite.
|