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Il silenzio assordante dei nuovi martiri cristiani PDF Stampa E-mail
di Alessandro Rico   
Lunedì 30 Aprile 2012 16:40

Sunday, bloody sunday, per i cristiani di Nigeria e Kenya: ventuno sono le vittime dell’attentato in una cappella universitaria di Kano e di quella a una chiesa di Nairobi. Ventuno agnelli sacrificali da aggiungere a un elenco già troppo lungo (sul portale Regina Mundi, si contano 157 «martiri del nostro tempo», di cui 30 italiani). Il massacro dei cristiani nel mondo prosegue nell’indifferenza dell’opinione pubblica: stupri e uxoricidi diventano argomenti per le femministe, addirittura spuntano gli attivisti dei diritti degli animali contro la vivisezione, ma è raro sentire qualcuno che denunci la violenza disumana che subiscono quotidianamente tanti fedeli. Chissenefrega se in Pakistan i cristiani rischiano la vita per andare a messa; se in Turchia bisogna dichiarare il proprio credo nel documento d’identità; se in Punjab, il più confortante messaggio di auguri pasquali è stato una minaccia di morte da parte degli estremisti islamici.

 

D’altronde, la testimonianza estrema che questi cristiani esemplari sono capaci di rendere, si deve distinguere per la sua qualità speciale: parte di essa è anche il dignitoso silenzio in cui si consuma, luce dell’amore e del perdono che, come nel caravaggesco Martirio di San Matteo, emerge dalle tenebre del fanatismo. Il sacrificio dei cristiani non è il suicidio dei kamikaze: chi cerca la morte e semina la morte non è un eroe, è un peccatore; questi uomini amano la vita, non perseguono la gloria o un paradiso pieno di mignotte. Come Shahbaz Bhatti, ministro pakistano per le minoranze, cattolico, promotore del dialogo interreligioso e osteggiatore della vergognosa legge sulla blasfemia, assassinato il 2 marzo dell’anno scorso; come don Andrea Santoro, ucciso nel 2006 mentre pregava nella sua chiesa a Trebisonda, in Turchia; come le migliaia di fedeli perseguitati, che non si piegano al nicodemismo e osservano il loro culto, senza hybris, senza spavalderia, senza fatalista disprezzo per la vita, di cui hanno imparato a conoscere l’inestimabile valore.

 

Per queste persone, in fondo, non conta essere innalzati dalle cronache: sperimentano tutta la decorosa sofferenza del Crocifisso, servendo la Verità, suscitando l’amore, regalando il perdono, promuovendo la pace. Parlare di loro, però, serve a noi più poveri di spirito, a noi che spesso abbiamo paura di portare Cristo negli ambienti secolarizzati della nostra quotidianità e lo confiniamo in una preghiera recitata a memoria, nel segreto delle nostre coscienze e nel languore dei buoni propositi. Essere cristiani, e martiri, vuol dire abbracciare la croce e sapere che c’è Qualcuno a sostenerci, mentre ce ne facciamo carico; perché Cristo cammina in mezzo a quegli agnelli tra lupi, anche se nessun attivista si indigna, se nessuna televisione trasmette certe storie di vessazione e ingiustizia. E allora, fratelli di quei figli di Dio, nella cui sofferenza si riverbera il dolore del Golgota, preghiamo per i ventuno martiri e per l’incolumità di chi è sopravvissuto all’ennesima domenica di sangue.



Categorie: attentato  martiri cristiani  violenza  
Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Maggio 2012 17:10
 

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