|
Francesco Schettino non ha tenuto un comportamento esemplare. Questo è evidente. Non ha dimostrato di essere un uomo d’onore, come diceva Ferrara a Qui Radio Londra. Patetiche erano le scuse che inventava al telefono con il capitano De Falco, per non tornare a bordo del Concordia: «Qui è tutto buio», «Non ho abbandonato cento persone, la nave si è inclinata e siamo stati catapultati in acqua», tanto che a un certo punto il De Falco ha tuonato: «Schettino, vuole mica tornare a casa?». Sul comandante gravano palesi responsabilità: dall’atteggiamento superficiale che ha provocato l’incidente, al ritardo nel lanciare il mayday, al gravissimo episodio della fuga – Edward Smith del Titanic morì in cabina di comando, Piero Calamai dell’Andrea Doria voleva a tutti i costi affondare col transatlantico, anche quando era stato ormai evacuato. Dovettero costringerlo a salvarsi.
Detto questo, urge ricordare un paio di cosette, che sembreranno banali, ridonanti, persino fuori luogo nel momento in cui lo scopo della folla è linciare l’untore. Primo: l’Italia è uno Stato di diritto. Ergo, Schettino verrà giudicato da un tribunale, che celebrerà un regolare processo e se non dovesse essergli comminato il massimo della pena, non dovremo rammaricarci come nel caso dell’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito: quello che ci serve è sanzionare un colpevole cui siano riconosciute tutte le garanzie costituzionali, non sacrificare un capro espiatorio in deroga alle leggi. Cosa siamo diventati? Origliatori di conversazioni telefoniche, sensibili creature che spiano la «vita in diretta» (e sotto sotto cercano un po’ di morte via etere), che concepiscono il giornalismo come pettegolezzo e scorciatoia giudiziaria. Siamo soggetti a un perenne stato d’eccezione schmittiano, che richiede punizioni esemplari, educative, paradigmatiche; pronti a massacrare il reo (tale o presunto) e ad usare la nostra superiorità come un’arma di umiliazione e ludibrio del prossimo; pronti ad additare l’artefice del tracollo morale e materiale del Paese, motivo di derisione per gli stranieri e impedimento allo sviluppo dei nostri beaux ésprits. Quante volte, invece, nella nostra vita, agiamo da codardi come Schettino? Quante volte ci rifugiamo dietro il «quieto vivere» e ci confezioniamo giustificazioni per le nostre mancanze, le nostre omissioni, le nostre vigliaccate? Siamo tutti tanto simili al comandante della crociera, che trasformiamo in eroi quelli che fanno il proprio dovere. Sappiamo sempre cosa dovevano fare gli altri in quella situazione, ma raramente ci accorgiamo cosa è giusto che facciamo noi. Coraggiosi e intrepidi a parole, pavidi e meschini nei fatti. Così abbiamo bisogno che Schettino sia deriso, insultato e punito, non solo per senso di giustizia verso le vittime e i loro cari. Il punto è che ci serve che qualcuno sia condannato, perché solo così possiamo sentirci assolti.
|