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La Corte Costituzionale, competente nel valutare l’ammissibilità dei referendum promossi per abrogare la vigente legge elettorale, ha bocciato i quesiti referendari.
Traduzione 1: non ci saranno referendum abrogativi nel periodo pre-estivo, niente spot esplicativi, niente ‘no’ per dire ‘sì’ e ‘sì’ per dire ‘no’; tutti al mare! Traduzione 2: ci teniamo la legge elettorale così com’è; il nostro Porcellum può gozzovigliare nel suo fango. Traduzione 3: il popolo sovrano del nulla eterno si è visto strappare anche l’ ultimo brandello di democrazia diretta.
Forse quest’ultima traduzione è enfatica e di parte. Ma da che parte posso dire di essere in questo momento? Posso dire di rispettare la decisione della Consulta, ma questo mi rende (solo) fedele alla Costituzione. Ho sempre pensato che essere consapevole della propriacittadinanza volesse dire riconoscersi nella Carta dei padri costituenti. La nostra Costituzione non è né di destra né di sinistra; e allora mi ripeto: da che parte si può essere in questo momento? Mi sento impotente di fronte a tale decisione, poiché, sebbene io la rispetti, non posso che rimettermi a chi ha ritenuto inammissibili i quesiti. Mi sento sciocca, per aver creduto che la mia e le altre firme sarebbero state il primo ostacolo e il secondo sarebbe stato rappresentato dai quorum di partecipazione e di approvazione da raggiungere. Mi sento beffata dallo status quo: resta e resterà tutto esattamente com’è.
Non è finzione letteraria ammettere che “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Si spera sempre di azionare l’ingranaggio giusto che renda efficace un marchingegno elefantiaco, di leggi e leggine, paragrafi e sottoparagrafi, comma bis, ter, quater, quinquies, tombola, e invece non è il marchingegno ad essere pletorico, ma l’ingranaggio inutile. La macchina funziona bene, è solida e ben consolidata, sostenuta e apprezzata dai più, e sei tu a ostinarti a volerla cambiare, a credere di poterla modificare, con gli strumenti inadatti, cacciaviti spuntati e chiavi inglesi arrugginite. Ti sforzi di cambiare le cose e nulla varia, nemmeno il più piccolo dettaglio; più ti ingegni, meno la situazione muta. E’ amaro, ma sei tu il solo scontento che vive con i piedi ancorati alle nuvole dei tuoi sogni, mentre tutti gli altri mettono a dormire la ragione e sorridono inebetiti perché si ripetono che finché tutto procede, non ha senso pensare a un cambiamento. Sei tu l’indifferente, e non perché ti disinteressi, anzi, tu ti prodighi e t’ informi, non sei indifferente verso gli altri, sei indifferente per gli altri; a nessuno interessano i tuoi sforzi. E’ amaro, ma vero.
E allora, da che parte stare? Dalla parte degli scontenti, degli utopisti del cambiamento? Dalla parte dei fuori posto, eccomi, mi son trovata.Non c’è maggioranza o minoranza (opposizione non c’è mai stata) in cui io mi ritrovi. Avrei voluto il referendum, avrei voluto la breve illusione di democrazia diretta come la passata estate; ma restano desideri infantili visto il corso delle cose. Il ‘voglio’ diviene ‘vorrei’, ‘avrei voluto’ e poi scivola nel mesto ‘avrei potuto se avessi voluto’ e non si vuole più. Il voto è un diritto, un dovere, una possibilità per dare mandato ai propri rappresentanti, è un modo per esprimere la propria volontà politica; ma con una legge rinominata Porcellum? No, così non è una scelta, ma una rinuncia a scegliere. E non si può abrogare ripristinando la precedente legge elettorale; quindi non solo si impone la rinuncia a scegliere a causa della vigente via suina, ma si nega anche la possibilità di una via alternativa.
Cosa resta? Resta la non scelta. E’ odioso dire ‘tanto ormai..’, ma se con la legge vigente, che non si abroga, tanto ormai non si sceglie comunque, è più onesto non scegliere affatto. Ci siamo illusi di poter cambiare le cose, non illudiamoci anche che le cose ci piacciano come sono. Non assecondiamo il gioco di chi vuole che rimanga tutto com’è. Se non cambia il marchingegno, si può sempre fermarlo: una paralisi. Si è cercato l’ingranaggio per far scattare il quid, ora si usi lo stesso ingranaggio per bloccare il tutto. E forse qualcuno desterà la ragione assopita, non sarà più appagato di come vanno le cose se le cose smettono di andare. Finché le cose vanno, non si cambi nulla, questo è il motto; ma se le cose non vanno più, si aprirà o no uno spiraglio per un cambiamento
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