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| Cosa resterà (o dovrebbe restare) del berlusconismo |
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| di Marco Mancini |
| Lunedì 21 Novembre 2011 23:22 |
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In una fase in cui già comincia la corsa alla dissociazione, in cui gli ex-scherani del regime tentano di ricollocarsi con più o meno successo, in cui è forte la tentazione di riporre il tutto nel sempre affollato contenitore del "Male Assoluto", è utile aprire un dibattito che cerchi, per quanto possibile, di fornire un giudizio equanime sul fenomeno berlusconiano, mettendo a confronto le interpretazioni di chi, per le più svariate ragioni, lo ha sostenuto o osteggiato in tutti questi anni. Il sottoscritto prova, nel piccolo di questo portale e molto umilmente, a dire la sua: chi vorrà potrà aggiungersi. Comincio subito parafrasando Gaber: in questi anni, quando l'ho fatto, ho sostenuto non il berlusconismo in sé, ma il berlusconismo in me. Vale a dire la mia personalissima visione del berlusconismo. Si è trattato, infatti, di un fenomeno tanto complesso da dare adito a differenti, e spesso opposte, interpretazioni. Una sorta di prisma, il cui mistero rimane ancora insoluto. Berlusconi scese in campo nel 1994, oltre che per tutelare i propri affari, con l'ambizione e la promessa di costruire un nuovo miracolo italiano, sbarrando il passo alle "sinistre", ritenute immature e incapaci di assumere responsabilità di governo dopo che lo scandalo di Tangentopoli aveva distrutto i partiti di maggioranza della Prima Repubblica. L'obiettivo era, dunque, una "rivoluzione liberale": meno Stato, meno spesa pubblica, meno tasse, più libertà (specie economica). A distanza di 17 anni, è forse possibile affermare che quelle promesse sono state disattese. Ma al sottoscritto non interessa: la rivoluzione liberale l'ha sempre schifata dal profondo del cuore. Nella mia ottica, il berlusconismo ha rappresentato (o avrebbe dovuto rappresentare) una cosa ben diversa: una "rivoluzione italiana". Esso avrebbe dovuto distruggere le incrostazioni e le eredità del compromesso storico catto-comunista in senso pienamente politico e non solo economico. Avrebbe dovuto togliere di mezzo il consociativismo, spazzare via le Caste industriali, finanziarie, burocratiche, giudiziarie, accademiche che ammorbano l'aria di questo meraviglioso Paese, che è l'Italia. Sancire la riscossa di tutti i ceti non garantiti, dai dipendenti privati ai lavoratori autonomi ai piccoli e medi imprenditori. Dare voce e rappresentanza, in una rivincita dal sapore liberatorio, a tutti quelli che nell'Italia dei decenni precedenti non avevano avuto né l'una né l'altra: i fascisti, i leghisti, i cattolici di destra, i socialisti riformisti, persino i liberali, tutti i "figli di un dio minore" sempre schifati e bistrattati dall'egemonia culturale gramsciazionista. Il berlusconismo avrebbe dovuto realizzare il proprio progetto di revisione costituzionale, sconfiggendo l'idolatria feticista propria di questa Repubblica "fondata sull'antifascismo". Restituire voce al senso comune del popolo italiano, facendosi beffe del "politicamente corretto" e dell'indignazione pelosa dei professoroni che la sera leggono Kant e la mattina sparano boiate. Portare a compimento una nuova legittimazione della politica e del potere su base carismatica e leaderistica, contro i riti, le alchimie e il moderatismo da strapazzo della politica di palazzo (e di sagrestia). L'anomalia berlusconiana, dunque, non avrebbe dovuto essere caratterizzata da tratti liberali, se non in quanto funzionali alla rimozione di certi diaframmi; anzi, l'essenza del berlusconismo avrebbe dovuto essere profondamente anti-liberale (e, del resto, è meraviglioso pensare al fatto che sia stato un documento del PdL a proporsi, decenni dopo le elucubrazioni dei gruppuscoli maoisti, di "servire il popolo"). Il berlusconismo avrebbe dovuto e potuto fare in modo che gli Italiani si riappropriassero della loro Patria: quello sarebbe stato il vero "nuovo miracolo italiano", premessa basilare perché questa potesse diventare una Nazione più libera, indipendente e prospera. Solo il fascismo era stato tanto (piccolo)borghese nella composizione sociale e tanto anti-borghese nello stile e nei valori espressi quanto questo berlusconismo ideale. Se Mussolini si era vantato di aver "dato dei poderosi cazzotti nello stomaco a questa borghesia italiana", lo stesso si potrebbe dire abbia fatto, seppure inconsapevolmente e suo malgrado, il Cavaliere. Sennonché, come ai tempi del fascismo, dopo venti anni l'epopea berlusconiana sembra essere terminata con un fallimento. Quali sono i risultati conseguiti in due decenni (di cui uno trascorso al potere) di presenza di Berlusconi sulla scena politica? I barlumi di speranza intravisti nella politica estera, vale a dire le scelte operate in parziale contraddizione con l'ortodossia atlantista, sono stati in parte addirittura rinnegati dallo stesso Berlusconi, come dimostra la sua completa retromarcia sulla vicenda libica. Per il resto, nessuna riforma della giustizia (con la conseguenza che lo stesso Cavaliere si ritroverà ora ostaggio del demenziale processo Ruby), nessun effetto reale dalle riforme della pubblica amministrazione e della scuola, settori in cui il potere politico, culturale e sindacale della sinistra continuerà a dettare legge indisturbato (idem dicasi per la Rai, dove gli intenti censori e le minzolinate sono riusciti solo a creare falsi martiri). Allo stato attuale, pare che persino l'acquisizione del bipolarismo e della democrazia dell'alternanza, vale a dire la conquista più evidente della c.d. Seconda Repubblica, sia messa a repentaglio dal nuovo clima determinato dal governo Monti, forse preludio a una ristrutturazione del sistema politico italiano in senso neo-centrista. Indubbiamente esistono alibi e attenuanti per questo magro bilancio, come il furioso assalto politico-mediatico-giudiziario che Berlusconi ha dovuto affrontare negli ultimi 17 anni e che ha certamente compromesso l'efficacia della sua azione. Senz'altro la resistenza opposta dagli avversari è stata molto forte. Tuttavia, è necessario concentrarsi anche sui limiti oggettivi del personaggio Berlusconi: in primo luogo, alla sua straordinaria capacità di entrare in sintonia con gli elettori e di conquistarne il consenso durante le campagne elettorali non è corrisposta un'uguale capacità di amministrare le vittorie e il consenso ottenuto, di finalizzarlo al conseguimento degli obiettivi preposti, di gestire processi politici complessi. In una parola, di governare. A tale difetto, connaturato alla sua personalità e legato in ultima analisi al suo essere imprenditore e impresario televisivo più che politico di professione, si aggiunge anche il macigno del conflitto di interessi. Non nel senso sbandierato dai suoi avversari, ovviamente. La posizione scomoda di Berlusconi, tuttavia, al tempo stesso presidente del Consiglio, potente magnate e imputato, ha senz'altro tolto forza ad alcune sacrosante battaglie, come quella sulla riforma della giustizia, sulle intercettazioni o sulla revisione costituzionale. Si ha l'impressione che, se il Cavaliere non fosse stato parte in causa in molte di queste vicende, certe misure avrebbero trovato senz'altro vita più facile. Il conflitto di interessi, se anche ha costituito un vantaggio per il Berlusconi imprenditore, ha invece decisamente complicato la vita del Berlusconi politico, minando la credibilità della sua azione. Altro che italiani rimbecilliti dalle televisioni di Sua Emittenza... Sia come sia, ora è (forse) tutto finito. Torna la serietà al governo, cioè tornano direttamente al potere tutte le immarcescibili Caste di cui sopra, fino a ieri costrette a scendere a compromessi con il parvenu di Arcore, o a fargli la guerra. L'anomalia è stata (forse) cancellata, l'outsider è (forse) fuori gioco, la normalizzazione è (forse) compiuta. Da parte nostra, bisognerà cercare di salvare il salvabile. Comunque, è stato bello finché è durato. Ma questo, quelli dell'Economist e del New York Times non potranno mai capirlo. |
| Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Novembre 2011 23:30 |