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| A scuola dai cantautori |
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| di Valerio Valentini |
| Giovedì 17 Novembre 2011 18:40 |
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A parlare così era Giancarlo Pajetta, deputato del PCI, il 22 maggio del 1981, pochi giorni dopo la pubblicazione delle liste della loggia massonica P2, al cui interno, con la tessera 2232, figurava Fabrizio Cicchitto, allora parlamentare del PSI. Venne subito estromesso dal suo partito, salvo essere riconsegnato al Parlamento e all’Italia intera da Bettino Craxi sei anni dopo. Forse noi, oggi, anche alla luce della quarantennale attività politica di Cicchitto, possiamo affermare con certezza che no, i partiti non sanno affatto riformarsi dal loro interno. Riescono, al massimo, a rifarsi il trucco e darsi una parvenza di accettabile decenza. Però è proprio questo uno dei maggiori difetti di noi Italiani: quello di pensare che ogni volta che fallisce un sistema o che viene smantellato un malaffare, ogni problema ad esso collegato scompaia all’istante con l’allontanamento dei principali protagonisti del fattaccio. Rimuoviamo il cancro, ma non estirpiamo le cellule infette. Ci limitiamo ad abbattere il padrone di turno, poi ci rilassiamo compiaciuti, esultiamo e ci rallegriamo. Dimenticandoci dei ciambellani. Ed è proprio questa – quella costituita dai tromboni e dai servi di regime – la categoria più squallida. Ancor più del capo che li assolda. Sono i ciambellani, infatti, i veri parassiti di questo Paese: riescono a sopravvivere ad ogni era glaciale con camaleontica e gattopardesca capacità di cambiare cravatta (intonandola alla nuova camicia!) e ricostituirsi una verginità democratica. Già nel ’92, col crollo della prima repubblica, gli Italiani credevano d’essersi liberati della fitta ragnatela di corruzione e tangenti scacciando l’uomo ragno, cioè tirando le monetine all’indirizzo di Craxi a Largo Febo. Invece De Gregori cercava di smorzare i facili entusiasmi, rivolgendo a tutti vani avvertimenti: “i professori dell’altroieri stanno affrettandosi a cambiare altare: hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare”. Purtroppo, però, gli Italiani s’assopirono, soddisfatti della loro piccola rivoluzione, e rimasero stregati “dall’arrotino”, che stava arrivando “dall’avvenire col suo know how”. E così si passò dall’Italia craxiana fatta “di tappeti di contanti nel cielo blu”, all’Italia berlusconiana, monopolizzata da un megalomane in grado di far vivere 60 milioni di persone in una delirante realtà parallela durata 17 anni. Con la complicità dei presunti oppositori. Perché anche questo è rimasto costante nella storia politica dell’Italia dal dopoguerra ad oggi: l’inciucio, sempre più evidente, sempre più nauseante. Da tempi in cui Moro tesseva la trama del compromesso storico e inventava le “convergenze parallele”, fino a quelli in cui Violante annunciava giulivo di aver garantito gli interessi della Fininvest. Sfortunatamente, a giudicare dalle reazioni dell’opinione pubblica di fronte alla caduta di Berlusconi, e dai commenti dei giornali che invocano “una tregua senza resa dei conti”, evitando di “mortificare i responsabili di un regime che non c’è stato”, sembra che ancora una volta gli Italiani si stiano accontentando di “seguire il feretro del defunto ideale”. Pare che nessuno ricordi mai, quando cade un regime, che le rivoluzioni, senza epurazioni, non valgono a nulla. Servono solo per illudersi di essere liberi, nell’anestesia di un “pace terrificante”. |