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Corriere della Sera del 7 novembre, pagina 36. Una lettrice si interroga sul destino del Nord Africa, manifestando il timore che la Primavera araba non sia un piccolo passo verso la democrazia, ma un grande balzo verso la teocrazia. Risponde Sergio Romano. Niente paura: la bozza di Costituzione della Libia promette di tutelare la libertà religiosa e, sebbene in tutto il Medio Oriente rivoluzionario si vada affermando il proposito di adottare la sharia, in fondo non c’è molta differenza tra una legislazione fondata sull’Islam e l’insistenza dei cattolici sulle «radici cristiane» dell’Europa, o la loro volontà di partecipare all’agone politico per promuovere i propri valori «non negoziabili». Curiosa analogia. Eppure Romano dovrebbe avere presente il concetto di «ragionevolezza del cristianesimo». Il papa non sogna più l’impero universale, la res publica christiana. I cattolici non difendono la vita, la famiglia, il matrimonio, perché lo prescrive la Bibbia; non scriverebbero manco una legge derivandola dal Pentateuco, solo perché l’ha detto Mosè. Le cause per cui si battono non possono essere giustificate dalla sola fede, bensì devono essere dimostrate utili ed efficaci; in una parola, ragionevoli. C’è un bel divario tra chi legifera per pedanteria religiosa e chi argomenta le proprie convinzioni. «La lettera uccide, lo Spirito vivifica», diceva San Paolo: l’adesione irriflessiva a una confessione produce superstizione e fanatismo, l’ispirazione della fede profonda rende intelligibile il Verbo. Una legge così concepita è laica, poiché la sua ragion d’essere è accessibile a chiunque: il laico, in greco, è «uno del popolo». Non a caso, gli Apostoli ottennero in dono la glossolalia, la capacità di farsi intendere da tutti i popoli che li avessero ascoltati. E tutti i popoli capivano Giovanni Paolo II, ma nessuno comprende una fatwa.
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