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Cerchiamo di evidenziare brevemente alcune aporie nell'interessante ragionamento di F. Salvati. 1) Il monetarismo propugna il controllo sull'offerta di moneta per evitare l'inflazione; esattamente il contrario di quello che, seguendo le indicazioni di Keynes, è stato fatto fino ad oggi, a partire almeno dagli anni '30, con l'eccezione di Reagan e Thatcher. Fermo restando che nessuno intende considerare il monetarismo alla stregua di un vangelo liberale, tant'è che il Tea Party è su posizioni misesiane (Scuola Austriaca); ugualmente, i due campioni del vituperato neoliberismo non sono stati sempre interpreti ortodossi del liberalismo. Basta verificare chi era il Presidente della Fed negli anni della Reaganomics (Alan Greenspan, fervente keynesiano) o cosa pensava di Reagan il libertarian Ron Paul. 2) È incoerente parlare di un sistema che fagocita miliardi, giudicando invece che lo Stato possa crearne "ex nihilo". Vero è proprio il contrario: il mercato produce ricchezza, lo Stato tende a sperperare quella di cui dispone e ad ingrossare conseguentemente, come in un circolo vizioso, il prelievo fiscale. 3) Che la produzione debba essere finalizzata all'uso è, appunto, un pregiudizio moralistico di Marx. L'eventualità di rivalutare la sua economia politica, confutata dagli eventi e dai teorici, si commenta da sé. 4) L'idea che siano opportuni una regolamentazione dettagliata e pervasiva e un deciso intervento dello Stato nella vita economica è, naturalmente, legittima (pur essendo incompatibile con il desiderio di costruire una società liberale: non si possono avere la botte piena e la moglie ubriaca). Ciononostante, vi sono diversi motivi per ritenerla sbagliata. Il punto di partenza di quell'ipotesi è rappresentato dalla convinzione che un'autorità centrale disponga di più conoscenza degli attori che cooperano nel mercato, per implementare una pianificazione efficace. Secoli di disaffezione per la politica, aumentata esponenzialmente proprio in corrispondenza del progressivo complicarsi delle dinamiche sociali e quindi con l'incremento della conoscenza complessiva necessaria a elaborare dei piani, dimostrano il contrario. Dal punto di vista teorico, cfr. le opere di F. A. von Hayek e la dottrina della "conoscenza dispersa", per cui sono gli individui che compongono la società a disporre collettivamente delle informazioni adeguate per un'azione economica fruttuosa; perseguendo il proprio utile, offrono ai loro simili dei servizi utili, soddisfacendo in maniera spesso inconsapevole le esigenze di molti. Perché lo Stato possa fare altrettanto, dovrebbe conoscere almeno tutti i bisogni, presenti e futuri, di ciascun cittadino. L'impossibilità di pervenire all'onniscienza costituisce, non a caso, il principale argomento a favore della libertà. 5) Distingui l'immissione di titoli ad alto rischio nel mercato dalla creazione di bolle speculative, rendendo l'una la causa delle altre. Si tratta di un procedimento retorico; in realtà sono due modi di riferirsi allo stesso fenomeno, la cui cagione è precisamente l'adozione di politiche economiche keynesiane da parte dei governi occidentali. Cfr. Hunter Lewis, "Tutti gli errori di Keynes", edito da Ibl Libri. 6) Quando lamenti che il capitalismo ha perso di vista il principio della "distruzione creatrice", non fai altro che offrirmi una sponda. Chiediti chi vuole tenere per forza in piedi certe imprese (piccole, medie, grandi o grandissime) e attraverso quali strategie ci riesce. In generale, affermare che un monopolista trae vantaggio dal manipolare il sistema capitalistico non è un argomento contro il capitalismo. 7) Del tutto oscuro mi risulta il passaggio sulle S.p.a. È pacifico che la proprietà, concetto peraltro giuridicamente ben definito, dipende, nel caso in questione, dalla percentuale della partecipazione azionaria del socio. Inoltre, quello che conta, in special modo per un piccolo azionista non è, suppongo, decidere direttamente del destino dell'impresa, ma beneficiare di un dividendo in proporzione al capitale investito. Se la proprietà suddivisa su base percentuale determina una forma di grigio collettivismo (e non, come io ritengo, uno strumento di controllo di molti, in ragione del rischio economico assunto, sull'operato di un collegio di funzionari aziendali), non si comprende come mai biasimi il monopolio, che ne è l'alternativa (e rimane, a differenza di quanto sostieni, la bestia nera di qualunque liberale). 8) Un giudizio morale sul desiderio di guadagno e sull'avidità delle persone non costituisce, a mio avviso, una ragione sufficiente per demolire un sistema politico o economico. Le scale di valori, infatti, non sono quasi mai commensurabili. 9) Sono perfettamente consapevole che la guerra fredda è finita e che il libero mercato, sebbene contaminato dalle misure interventiste di cui in molti miei articoli, ne è uscito vincitore. Proprio questa circostanza dovrebbe dissuadere i suoi detrattori dal propinare ancora dei modelli politici ed economici di stampo socialista (il "progetto unico di operazione e sviluppo" di cui parli è solo un altro modo di definire la pianificazione). Rimane il fatto che il sistema capitalistico può essere migliorato, ma certamente avvicinandolo al proprio idealtipo e non imbrigliandolo ulteriormente con una governance rivelatasi insoddisfacente già dai tempi del New Deal, o peggio, rispolverando le ciarle di un filosofo morale di metà Ottocento. 10) Consentimi infine di diffidare di un movimento per lo più privo di idee coerenti ed animato solo da un sentimento di esasperazione, alla ricerca di capri espiatori su cui abbattersi e al massimo capace di elaborare un programma che suggerisce l'insolvenza e l'aumento perpetuo della spesa pubblica. Un brillante proposito suicida più simile a un "facciamola finita una volta per tutte", che non a una promessa di futura rinascita.
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