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L’ingenuità quando è troppa diviene una colpa PDF Stampa E-mail
di Valentina Vecchio   
Sabato 15 Ottobre 2011 21:57

“Ci sono delle colonne di fumo pazzesche, fanno paura”
“Assolutamente non venite a San Giovanni. Qui è un’ora che si scontrano e non migliora”
“Quelli con i caschi hanno ripreso le sassaiole a distanza ravvicinata. Sassaiole e urla bastardi.”
“A Via dei Fori Imperiali continuiamo a sfilare pacificamente”

 

Le manifestazioni. Sempre contestate: quando si dice che sono un segnale si replica che non servono a niente, quando si ribatte che sono sempre meglio di niente, si scoraggia la partecipazione, quando non si può evitare che la gente scenda in piazza, la si spaventa affinché la piazza non si riempia di nuovo.


I segnali dalle piazze spaventano. 
Sarebbe bello vivere le illusioni da casa, sotto le coperte, coccolati da una nenia che dia un’impressione di posticcio benessere; ma se non ci si vuole limitare a vivere e si desidera esistere, si disfano i sogni dal cuscino e si spiegano le lenzuola di pensieri, e si resiste in piazza. Si scende e si manifesta, non il dissenso, ma la propria visione del mondo, tolti gli occhiali rosa. 
Le raccolte di firme, i pochi brandelli di sovranità popolare che la sola carta costituzionale ci ricorda, son facili da ignorare con tutto quello che hanno da fare in parlamento con iPad, iPhone, iYawn (recente marchingegno tecnologico per sentire i discorsi mentre ci si assopisce, collaudato da Bossi). 
Un sit-in è temporaneo, sparuto, non raccoglie mai abbastanza persone, al massimo degli ex sessantottini nostalgici che si fa presto a demotivare e a far sgomberare. 
I cortei, invece, possono fermare una città: o meglio, esprimono la volontà di una città di fermarsi e poter dire forte e chiaro di voler essere ascoltata.
Un modo per sminuire una presa di posizione così eclatante e dirompente è ridurla a un numero, un numero ‘relativo’: s’inizia a relativizzare i dati numerici con gli estenuanti balletti di cifre, forse sperando di aver capito la teoria di Einstein, ma, più facilmente, dando prova di quanto Einstein avesse ragione nell’essere in dubbio sull’infinità dell’universo ma non della stupidità umana. 

La stupidità, paradossalmente come l’ingegno, è multiforme, anche se disgustosa in ogni sua estrinsecazione. Si può esplicare in molti e altri modi, e talvolta non si esplica ex post o ex ante, sminuendo o screditando l’evento del popolo che prende e pretende la parola; talvolta si manifesta fianco a fianco con i cartelli e le bandiere, parallela ai cori e ai canti, come un’ombra che oscura la folla tramutandola in massa indistinta, confusa e spaventata. 

Chi scende in piazza, lo fa per partecipare. 
Sotto il sole o noncurante della pioggia, con un sorriso serio perché vuole esprimere il dissenso con la serenità delle proprie opinioni; non ha timore, perché esercita un proprio diritto, nella speranza che altri diritti siano riconosciuti. 
E’ una speranza vivente un popolo che può manifestare.
Chi scende in piazza per disorientare la volontà popolare, si nasconde dietro gli striscioni, non li porta in mano; si copre il volto, perché la vergogna segna ogni sua vuota espressione; non accende gli animi, ma sgretola ciò che si trova davanti come se l’altro da sé, cosa e tristemente anche persona, fosse un nemico.

L’associazione di idee che la parola ‘manifestazione’ suscita non potrebbe e non dovrebbe essere ‘guerriglia’, ‘assedio’, ‘ferro e fuoco’, ‘assalto’. 
L’incontro coordinato e preordinato in una piazza, non può diventare uno scontro disperato. 
Eppure questo accade; è già accaduto. 
E’ inutile chiedersi come sia stato possibile; qualcosa che è stato, è possibile, il come si sia realizzato è evidente. Ed è, anzi, era, il più delle troppe volte in cui accade, prevedibile. 
La violenza, cieca e sciocca, non è improvvisata. Beppe Servegnini scrive: “Solita storia, gli idioti violenti aspettano solo queste occasioni. Perché fornirgliele? L’ingenuità quand’è troppa, diventa una colpa.”

Le statue di San Giovanni, dall’alto della basilica, hanno visto una forza distruttrice e dissestante; ma sono state anche testimoni dell’ingenuità di una città prevedibilmente impreparata. 
Le statue di San Giovanni avrebbero dovuto vedere una piazza europea che manifestava, invece hanno assistito alla gravità di una situazione mai presa sul serio, che ha raggiunto la misura e l’ha oltrepassata. 
E’ inutile chiedersi come sia stato possibile; è utile e doveroso pretendere di sapere come non sia stato prevedibile. 

L’indignazione non è finita e non è nemmeno bastata.



Categorie: indignati  Roma  crisi  
Ultimo aggiornamento Sabato 15 Ottobre 2011 22:11
 

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