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Tutte le bugie sul capitalismo PDF Stampa E-mail
di Alessandro Rico   
Mercoledì 12 Ottobre 2011 16:32

Nel Medioevo l’Europa venne falcidiata da un’epidemia mortale (la peste nera, mica la suina di due anni fa) e, dietro al Bieco Mietitore, cavalcò immancabilmente la superstizione, la convinzione che i mali derivassero da un unico colpevole, preferibilmente un’etnia, preferibilmente gli ebrei.

Superstizione è una delle due parole chiave per analizzare l’attacco di cui il capitalismo è stato oggetto a partire dalla crisi del 2008; l’altra è propaganda.

È molto comodo, per gli uomini, servirsi di un capro espiatorio: quando le cose volgono al peggio, aiuta ad alleviare la sofferenza e assicura la speranza (dovremmo dire l’illusione) che, eliminato l’untore, tornino a regnare pace e prosperità. È comodo, certo, ma anche intellettualmente disonesto: perciò posso pure sforzarmi di essere comprensivo verso i contestatori di Wall Street, verso i lavoratori che rischiano il posto e gli imprenditori che, privati del credito dagli istituti bancari, invocano la manna dell’intervento statale; ma non posso tollerare politici e studiosi che spacciano il crack finanziario e la speculazione sul debito per delle ineluttabili conseguenze del «capitalismo selvaggio» (uno slogan giornalistico privo di riscontri storici e teorici), al solo scopo di giustificare il ritorno della pianificazione e dell’assistenzialismo.

La verità è che le classi dirigenti di mezzo mondo hanno preferito Keynes a Mises, lo statalismo al liberismo. Quali sono le premesse di questa scelta? Politiche dette di «piena occupazione», il controllo della moneta attraverso le banche centrali, il desiderio di mantenere artificiosamente una «quasi espansione», condannando il risparmio e santificando il consumo (ecco sfatata l’altra vulgata, che vuole il capitalismo ortodosso votato al consumismo). Quali sono le conseguenze? Il continuo aumento dei salari nominali, vanificato dalla perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione, il che, insieme alle pressioni lobbistiche dei sindacati e alla sclerosi del mercato del lavoro genera alti tassi di disoccupazione; l’incentivo agli speculatori a lanciarsi in ardite operazioni finanziarie, la creazione delle famigerate «bolle» e, infine, l’inevitabile rovina del castello di carte.

Il keynesismo è fondamentalmente una teoria priva di buon senso e sconfitta dall’evidenza dei fatti (ad esempio la recessione degli anni ’70, quando, contro le aspettative dei keynesiani, il mondo conobbe la compresenza di disoccupazione e stagflazione, previste invece da un libertarian monetarista come Friedman). Ma può essere anche un’arma efficace per i politici, che hanno bisogno di risultati immediati per ottenere la rielezione, anche se loro decisioni si riveleranno, sul lungo periodo, controproducenti. Il rifiuto di una prospettiva di lungo termine è infatti, per Keynes, un postulato: «Sul lungo termine saremo tutti morti».

Qui convergono propaganda e superstizione: vecchi socialisti che resuscitano Marx e nuovi conservatori che temono il giudizio degli elettori; dall’altro lato della barricata, una folla di esasperati che difende il proprio status quo e, diciamolo, anche i propri privilegi (etimologicamente, quelle eccezioni alla legge generale che consolidano posizioni di vantaggio per alcune categorie sociali), ancora convinta che ognuno possa vivere a spese degli altri e pronta a scagliarsi contro chi venga additato quale responsabile del disastro.

Sarebbe bello se politici, economisti e filosofi la smettessero di accreditarsi alimentando vendibili ciarle; e mi piacerebbe confrontarmi con individui che non vadano a caccia di streghe, ma si rendano consapevoli dei limiti delle loro pretese e delle occasioni che una società liberale offre a tutti.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Screditare il capitalismo per i suoi presunti fallimenti è proprio come linciare gli ebrei quando arriva la pestilenza



 

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