Ti trovi qui: Home Archivio In morte di Steve Jobs: fenomenologia di un genio
In morte di Steve Jobs: fenomenologia di un genio PDF Stampa E-mail
di Alessandro Rico   
Venerdì 07 Ottobre 2011 12:18

Se le invenzioni di Steve Jobs abbiano cambiato la storia, come la pastorizzazione o la penicillina, la lampadina o l’automobile, spetta al tempo stabilirlo. Quel che per ora l’AD della Apple, morto il 5 ottobre a Palo Alto, di certo lascia al mondo intero, riguarda il modo in cui è vissuto e il modo in cui ha affrontato la fine.

Innanzitutto, quel «riunire i puntini» di cui Jobs parlò nel suo discorso-manifesto-testamento all’Università di Stanford, con il quale, forse inconsapevolmente, egli ricongiunse il nocciolo dell’idea liberale e della fede cristiana: la ratio della libertà sta nella responsabilità che ci deriva dalle nostre scelte e il senso della vita viene costruito giorno per giorno, attraverso passaggi, decisioni, esperienze che non necessariamente svelano da subito la loro importanza. Anzi, forse non hanno alcuna importanza in sé, perché spetta alla nostra inventiva, alla nostra iniziativa, al nostro acume, capitalizzarle e usarle per trarne il maggior vantaggio possibile;  solo dai frutti si riconosce l’albero buono.

In secondo luogo, il suo celebre motto «stay angry, stay foolish», trasformato per lo più in uno slogan bohémien e svuotato della sconcertante carica di ambizione e probabilmente cinismo di cui è invero latore: non accontentatevi di quello che avete, chiedete a voi stessi di più, non sprecate la vostra vita abbassando il tiro dei vostri sogni, smettendo di aspettarvi qualcosa perché temete di restare delusi. Con la qual cosa viene naturale confutare l’abituale retorica statalista di certi giornalai delle riserve indiane televisive, che sfruttano un campione del capitalismo, guarda un po’, per picconare Berlusconi: «Facile che i meritevoli emergano, negli Stati Uniti. Da noi i talenti vanno sprecati». Balle. Balle che il talento di Steve Jobs sia stato valorizzato dalla società americana: il «genio visionario» è stato a lungo un outsider, un perdente e a lungo nessuno ha pensato di ripescarlo dall’abisso. Perché non esiste alcun dovere da parte della società di estrarre socraticamente le doti più brillanti dall’intelletto degli uomini. Fame, follia (o anche estro, ispirazione, intuizione): nessuno ha cercato Steve Jobs, è lui che si è fatto trovare, conoscere, apprezzare. Ecco il difetto di fondo che impedisce a molti dei nostri di sfondare: la deleteria convinzione che la società o lo Stato debbano elemosinare i nostri servizi e retribuire le nostre capacità, attestate da sfilze di titoli, di per se stesse; la nociva credenza che il merito comporti anzitutto una connotazione morale e non rappresenti la misura del giudizio del mercato sull’opera che prestiamo.

Infine, la morte. La serena accettazione che c’è una battaglia che non si può, non si deve vincere, perché il punto è che la morte non esige né ribellione né rassegnazione: esige maturità interiore. Estote parati, sappiate che ogni giorno è un investimento su voi stessi, un’occasione da creare e non un ostacolo da evitare.

«Negli ultimi trentatre anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogniqualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato».

Un uomo semplice e creativo, una mente  pratica ed estetica, un abile venditore, impresario con luci e ombre e non santo votato alla castità. Belle parole, ma molti fatti. Non conta se sia stato un hippy o uno yuppie, un buddista o un agnostico. Come scrisse San Paolo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono».



Categorie: Jobs  Apple  tecnologia  invenzioni.  
Ultimo aggiornamento Sabato 08 Ottobre 2011 21:19
 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna