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Questo sia il verso PDF Stampa E-mail
di Sofia Adami   
Venerdì 30 Settembre 2011 22:08

Quando, per l’esattezza, avviene lo strappo? Qual è il preciso momento in cui guardi la tua stanza di studente, i libri lasciati in disordine, uno sopra l’altro al modo delle speranze, i quaderni usati e quelli nuovi, le sciarpe colorate legate alle maniglie, lo scaffale della credenza affollato di biscotti, mele, bustine di tè, e zucchero e sale in barattoli tra loro troppo simili - qual è il preciso momento in cui guardi la tua stanza e poi il tuo viso allo specchio e capisci con immensa, silenziosa chiarezza che quella, costruita senza saperlo e pazientemente, ora è la tua casa, e non lo è più l’Altra, vicina o lontana che sia, quell’Altra in cui sono rimasti i diari del liceo, gli aquiloni appesi al soffitto, tutte le tue prime volte?

Non succede a quindici anni, le sere in cui esci sbattendo la porta per l’ennesima guerra sul coprifuoco, sul lieve odore di fumo che loro t’indovinano tra i capelli, ché quando hai sbattuto la porta e sei fuori tempo un’ora vorresti (anche se non lo farai) tornare e chiedere scusa, e spiegare a tua madre ogni cosa, confessarle le infinite bugie con cui riesci a fuggire e sentirti stanca e pulita come da bambina dopo aver pianto, e guarire addormentandoti sul suo petto - che sa di fatica, di pane e profumo francese - tutti gli inganni che tieni nascosti, la vergogna dei baci sbagliati. Non succede - non si strappa, quel filo - nemmeno a diciotto, sul treno diretto a un’altra città che apparterrà a te per prima, e dove loro, se verranno, saranno tuoi ospiti; non si strappa perché quando prenderai per ritornare lo stesso treno dalla parte opposta avrai negli occhi un’allegria quieta che non vede l’ora di trovare le stanze ancora calde dei piatti preparati per te, le lenzuola di cotone ben stirate sulla tua coperta preferita alla luce della lampada bianca che da anni ti accompagna nel sonno - di trovare, insomma, l’unico luogo al mondo dove puoi riposare.

Il filo si strappa, e si strappa pian piano, con un dolore asciutto che mai avresti creduto possibile, quando, una volta, torni a quella che ancora chiami casa, e lì dentro - non c’è niente da fare - all’improvviso tu non funzioni. Ti muovi sempre come non devi muoverti, fai esattamente quel che non avresti dovuto fare, dici per incanto l’unica cosa che sarebbe stato meglio tacere. Ciascun gesto spezza qualcosa, offende qualcuno, e tu non sai come ma la rabbia nasce e si divora da sé e divorandosi cresce, finché non invade le camere, le scale, la cucina, e ciascun gesto sfiora un livido diverso.

Capisci, allora, il segreto che per anni hai portato con te e per anni scelto di non vedere: che sono stati i tuoi genitori - come suonano ancora bambine queste tre parole, anche quando sei cresciuto - a darti non richiesti, insieme al bene (che nessuno nega o si dimentica, ma non basta) anche tutto il male che possiedi. Sono stati loro, spietati perché inconsapevoli, a strappare a forza parti di te che non andavano, a ingigantirne altre che ti avrebbero tolto l’aria, a insegnarti come ti dovevi guardare allo specchio; sono stati loro ad aprire tutte le ferite che ora ti stringono la gola mentre parli; è per causa loro che ora chiedi sempre scusa, e cerchi sempre di camminare piano. Loro hanno disegnato il tuo viso, e di chi è la colpa quando quel viso diventa un orrore - se non loro? Loro hanno scavato con le dita la cera dolce che eri una volta, ti hanno mostrato dove doveva ammorbidirsi e piegarsi, l’hanno bruciata per poi poterla lavorare, e tu come farai a perdonarli se hai paura che nessun angolo di te si sia salvato dall’incendio che è stato capire quel segreto, e se loro nemmeno sanno di aver bisogno del perdono?

Ma soprattutto, ti chiedi - perché hai vent’anni e a vent’anni non ci si risparmia nessuna domanda - se loro non volendo mi hanno fatto questo male, come farò io a non fare lo stesso? Come potrò essere certa, quando avrò dei figli, di non aprire in loro le voragini che io, adesso, mi svuoto così tanto per riempire? Non potrò esserlo, è la risposta, la più ovvia e la più orribile, perché nemmeno i miei genitori, a quel tempo, sapevano, o si sarebbero fermati. E se è impossibile saperlo e impossibile evitarlo, in nome di quale diritto dovrei mettere al mondo degli esseri umani per poi ritrovarmi a farli sanguinare?

Philip Larkin, poeta inglese del Novecento, a suo modo risponde.

Mamma e papà ti fottono.
Magari non lo fanno apposta, ma lo fanno.
Ti riempiono di tutte le colpe che hanno
e ne aggiungono qualcuna in più, solo per te.

Ma sono stati fottuti a loro volta
da imbecilli con cappello e cappotto all'antica,
che per metà del tempo si facevano moine
e per l'altra metà si prendevano alla gola.

L'uomo consegna all’uomo il dolore,
Che si fa sempre più profondo, come un fiordo.
Togliti dai piedi, dunque, prima che puoi,
e non avere figli tuoi.

Quindi è così che stanno le cose? È così che è andato avanti questo delicato triste genere umano, ad affidarsi la sofferenza di mano in mano senza alleviarla mai, senza la possibilità che qualcuno nascesse e poi crescesse sano e diritto e libero dal terrore, l’albero più bello del giardino?

Per un momento lo accetti; è una condanna così lineare, e la senti bruciare tanto sulla tua pelle e nella tua memoria, che accettarla è terribilmente facile - quasi un sollievo. Se io ho sofferto è perché non potevo non soffrire, e se avessi figli prima o poi li farei soffrire a mia volta, è inevitabile, è legge, e quando accadrà lo saprò riconoscere, saprò abbassare la testa e dirmi sconfitto come si sono detti sconfitti mille e mille altri prima di me.

Poi però ti nasce un pensiero minuscolo, che quasi non fa rumore e nel buio brilla piano, e tu, poco a poco, lo riconosci: te l’hanno già detto. Te l’hanno già detto ogni volta che ti vedevano piangere, ogni volta che ti rimproveravi di un errore: non è colpa tua, tutte le amicizie finiscono, prima o poi qualcosa si spezza, è normale. Non è colpa tua, l’amore a lungo non vive, neanche te ne accorgi e l’hai perso, resta il tempo passato, resta l’abitudine. In ogni caso, qualsiasi legame ferirai o lascerai morire, non è colpa tua, perché succede sempre, perché così va il mondo, quindi non preoccuparti, non ci dovrai neanche pensare.

Forse è solo in virtù dei tuoi vent’anni, però ti sale l’amaro sulla lingua e dici no, non voglio; non tutto finisce, non tutto segue lo stesso instancabile corso, non tutto è normale - qualcosa in come va il mondo è assurdo e vuoi che continui a esserlo, e volerlo non basterà ma di certo è qualcosa, è una guerra, è vero. Non vuoi pensare che verrà il giorno in cui dirai il suo nome come ora dici un indirizzo o l’orario del treno, in cui non ti meraviglierai che lui sia nato e cresciuto e arrivato fin qui, alle tue braccia e ai tuoi sogni, e ti ripeti che magari sei l’unica a volerlo, e lui neanche lo sa, e che magari, per quanto l’idea ti faccia venir da gridare, quel giorno verrà lo stesso - ma te lo ripeti per il vago senso del dovere a cui ti ha abituato la delusione, perché in realtà tu non ci credi, che quel giorno verrà, tu credi che continuerai a vederlo ogni volta che lo guarderai, e chissene frega se è raro, e difficile, e stancante, tu ci credi lo stesso.

E farai figli per la stessa ragione, perché ti toglierai dalla bocca il tuo respiro migliore e lo darai a loro, incrociando le dita così che la follia si avveri e diventino grandi piangendo solo di gioia; perché l’amore ha l’arroganza di quel che è fragile, e se vuole camminare non deve stare attento - o non si muoverebbe più - ma solo sperare a occhi chiusi di non incontrare nulla che lo spezzi. E potrai anche, allora, andare dai tuoi genitori e sentirti invaso della stessa assonnata e luminosa gratitudine che ti prendeva quando ti portavano a letto in braccio, nelle sere d’inverno dopo un viaggio; non potrai perdonare loro di aver sbagliato - quello forse mai - ma di aver creduto, e di aver voluto, sì.

Questo forse avevano compreso i falchi, quando dissero a padre Ciccillo che gli voleva portare la Parola:

- E chi è Dio? -

- Il Creatore delle creature. -

- E perché Dio ci ha creati? -

- Voi perché avete creato i vostri figli? -

- Allora ognuno di noi è Dio. -



Categorie: figli  genitori  relazioni  famiglia  
Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Settembre 2011 23:12
 

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