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| Piano per il Sud e Cassa del Mezzogiorno: una bufala italiana |
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| di Valerio Valentini |
| Lunedì 28 Febbraio 2011 02:19 |
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Tant’è che quello che è il più famigerato provvedimento al riguardo, la Cassa del Mezzogiorno, è nell’ideale collettivo un finanziamento straordinario: cioè, alla lettera, al di fuori dell’ordinario. Un extra, un qualcosa in più, insomma. E tutti lo reputano tale non per ignoranza o per semplicismo, ma perché in questa maniera viene sempre presentato dai media qualunque tipo di investimento lo Stato fa da Roma in giù. Se si inaugura una scuola a Napoli, un ospedale a Catanzaro, una strada a Caltanissetta, ecco che tutto ciò rientra nel “progetto di rilancio del Mezzogiorno teso a riequilibrare le disparità economiche presenti tra Nord e Sud del Paese”. E bravi. Ma se invece quella scuola, quell’ospedale o quella strada viene costruita a Torino, a Parma o a Vicenza? Cos’è, in quel caso? Un investimento straordinario anche quello? Certo che no. Quello rientra nella normale amministrazione dello Stato. Insomma, la straordinarietà di un investimento o di un progetto viene stabilita a seconda della latitudine, e nient’altro.
Sia chiaro, non è mia intenzione fare della sterile invettiva. È solo che, a sentire sempre parlare di questa benedetta Cassa del Mezzogiorno “con cui si realizzano progetti straordinari al Sud”, mi è venuta la curiosità di scoprire a cosa accidenti servissero tutti questi soldi extra. Ebbene, dal 1950 al 1992, tramite la Cassa del Mezzogiorno si sono costruiti diciottomila chilometri di extra-strade, ventitremila extra-acquedotti, quarantamila chilometri di extra-reti elettriche, 1600 extra-scuole, 160 extra-ospedali. Tutti interventi, si capisce subito, straordinari, appunto; talmente straordinari che, per realizzarli, c’è stato bisogno dell’istituzione di un ente straordinario anch’esso. E al nord? Possibile che in quarant’anni non sono stati costruiti ponti, strade, ospedali, reti elettriche e fognarie? Certo che sì, e anche in numero di gran lunga maggiore. Ma evidentemente, in qual caso, si è trattato di interventi ordinari, senza l’extra che invece è previsto nella dicitura di ogni investimento fatto al Sud.
Si dirà: “Ma al Sud i soldi lo Stato ce li manda; è che poi non si sa che fine fanno!”. E questo, in parte, è vero. È indubbio che i tentacoli delle Mafie – che esistono e agiscono anche al Nord, ma con una capacità di controllo del territorio e degli affari estremamente minore che non al Sud – provocano un grave aumento degli sprechi, perché gran parte dei soldi stanziati per finanziare progetti di utilità sociale vengono calamitati dai clan malavitosi. Ma considerare l’arretramento del Meridione figlio esclusivamente della criminalità, della mala-politica e degli sprechi dilaganti alla punta dello Stivale è ingenuo e superficiale. Il fallimento del Sud è un fallimento nazionale. E con nazionale intendo dire che ricadono sulla Nazione, tutta intera, sia le responsabilità e sia le conseguenze di questo fallimento. Basta dire, tanto per fare un esempio, che nell’ambito della ricostruzione del dopo-terremoto in Irpinia – considerata da tutti una delle dimostrazioni più lampanti dell’incapacità di autogestione delle regioni meridionali – lo Stato anticipò denaro pubblico fino al 50% della spesa totale alle stesse imprese, del nord, che vennero travolte dallo scandalo di Tangentopoli. O ancora, nel 1996 si scoprì che l’Ivismer (banca nata per aiutare lo sviluppo del sud) finanziava con 400 miliardi la Fininvest, che non è certo meridionale. E anche i soldi stanziati per la realizzazione dell’arteria veloce Bari-Otranto, proseguimento della Patrasso-Salonicco in una linea di collegamento prioritario europeo, vengono dirottai a Varese, per foraggiare l’aeroporto di Malpensa. E si potrebbe continuare con gli esempi. Ma per capire come spesso i miliardi destinati al Sud non vengano mangiati dai Terroni, ma rimbalzino al Nord, forse può bastare così. Credo sia invece importante sottolineare come le connivenze con la “Malavita made in sud” non siano solamente del meridione, ma investano tutta la Penisola. Basti ricordare lo scandalo De Magistris. Il magistrato, attuale esponente dell’IDV, stava indagando proprio su rapporti pericolosi tra politici di tutt’Italia, malavita e organizzazioni vicine al Vaticano e sulla sparizione di soldi provenienti da fondi comunitari europei stanziati per costruire dei depuratori in Calabria e finiti in altre casse, quando fu attaccato a reti e giornali unificati, messo sotto scacco e costretto ad abbandonare le inchieste Poseydon e Why Not. Anche in questo caso, quei soldi scomparsi rientrano nella voce “sprechi del Sud”, ma evidentemente non sono imputabili esclusivamente al Mezzogiorno.
C’è infine l’ultima questione che credo sia importante analizzare. E cioè la convinzione – generalmente diffusa, al di là degli sbraiti osceni di certi partiti razzisti – secondo cui al Sud si è incapaci di gestire autonomamente i soldi e di farli fruttare in progetti utili e in infrastrutture. Ma anche in questo caso, bisogna convenire che la generalizzazione è assolutamente sciocca. Perché altrimenti, se fossi un meridionale accusato di essere uno scialacquatore di denaro pubblico, potrei rispondere che per costruire la ferrovia tra Bologna e Firenze sono stati spesi 68 milioni di euro a chilometro, per la Torino-Novara 54 e per la Roma-Napoli soltanto 24.
Scusate se sono stato noioso con questa enorme carrellata di esempi e di dati, che altro scopo non avevano se non quello di far chiarezza su alcune questioni di interesse nazionale, e di smontare alcune credenze assurte a dogmi circa l’inciviltà e l’abominio del Mezzogiorno. In un anno come questo, in cui si ricorda l’importanza di esser un Paese unito, credo sia necessario riscoprire l’amore per le verità dell’Italia, criticarne – è ovvio – le contraddizioni e le deficienze che ci sono, ma lasciare da parte isteriche propagande. E invece fa male dover apprendere dal telegiornale che il Consiglio Dei Ministri vuole varare l’ennesimo piano per il Sud, sventolando l’ennesimo slogan vuoto. Anzi vuotissimo. Perché, per tornare alla famigerata Cassa per il Mezzogiorno, essa equivaleva a circa lo 0,5% del Pil nazionale. E uno Stato che volesse davvero ricucire lo strappo tra Nord e Sud, non farebbe l’elemosina dello 0,5% alla parte più disastrata del Paese; utilizzerebbe il restante 99,5% in maniera più intelligente. Ma basta farsi un giro sulla Salerno-Reggio Calabria, oppure guardare un cartina di Trenitalia che mostra la fisionomia delle ferrovie al di sopra e al di sotto di Roma; oppure contare gli aeroporti che ci sono tra Verona e Torino e confrontare il numero con quello degli aeroporti tra Lecce e Napoli; oppure leggere che nel 2003 il 98% delle erogazioni ordinarie delle Fondazioni bancarie finiva nelle 12 regioni del centro-nord e solo il 2% nelle 8 del sud. Basta questo, per capire che quel restante 99,5% del Pil, non è affatto usato in maniera intelligente dallo Stato.
Bibliografia essenziale Giovanni Russo, Baroni e contadini, Milano, DALAI EDITORE Pino Aprile, Terroni, Milano, EDIZIONI PIEMME |
| Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Settembre 2011 14:58 |