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A voi Falcone non appartiene! PDF Stampa E-mail
di Valerio Valentini   
Lunedì 23 Maggio 2011 09:19

"Amare una terra e una gente al tempo stesso che si detesta, sentirsi somiglianti e diversi, volere e disvolere, bisogna riconoscere che è un bel guaio. In questo guaio viviamo tutti noi siciliani e un guaio non è mai bello. E' certo più difficile essere siciliani che milanesi. E' forse per questo faccio il lavoro che faccio. Perché la mafia non è la Sicilia e il siciliano non è un mafioso".

 

Non ho trovato parole migliori di quelle che utilizzava Leonardo Sciascia quando parlava della sua Sicilia, per esprimere quel senso di rabbia che mi morde lo stomaco in giornate come queste. Oggi è 23 maggio, e diciannove anni fa, sull’autostrada A29, veniva ammazzato Giovanni Falcone. Quello che Sciascia esprimeva da siciliano nei confronti della sua Sicilia, però, io lo provo come italiano pensando alla mia Italia. Ché certamente, oggi, è più difficile essere italiani che tedeschi; ed è doveroso gridare, inoltre, che la Mafia non è l’Italia, e l’Italia non è la Mafia.

 

Pensando al nostro Paese, quindi, ai suoi eroi e ai suoi martiri di ieri, e agli uomini delle istituzioni di oggi, mi sale un moto acre di sdegno. E forse mi vengono in mente pensieri che sono banali, ma poco importa: del resto, in questa Italia, ormai, l’indignazione è diventata qualunquismo, e dunque chi si scandalizza è sempre banale. Preferisco rischiare di essere banale, allora, piuttosto che lasciarmi addormentare dall’anestesia che ci viene somministrata ogni giorno, e che ci fa accettare qualsiasi indegna violenza ci venga rivolta.

Per esempio, accettiamo l’ipocrisia e la sfacciataggine delle nostre classi dirigenti come se nulla fosse; come se, dopo tutto, l’ipocrisia non fosse altro che una dote necessaria per fare carriera. E allora accettiamo che a ricordare Giovanni Falcone, a commemorarne la morte e a celebrarne l’onore, quest’oggi, siano le stesse persone che nei restanti 364 giorni dell’anno non fanno altro che infangarlo, il suo ricordo, distruggendo ciò per cui lui ha dato la vita.

Perché sono sicuro che a ricordare Giovanni Falcone, oggi, saranno gli stessi che strinsero patti con la Mafia. Ci saranno, per esempio, gli esponenti del Pdl. Quelli, cioè, che stanno in un partito fondato con l’appoggio di Cosa Nostra, con la complicità e la partecipazione di Dell’Utri – condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa – ed il beneplacito di Provenzano e Bagarella. E invece nessuno ricorderà che nel novembre del 1993, Nino Giuffré, avvertì i clan di Cosa Nostra che si erano lanciati nel progetto di un nuovo partito politico, Sicilia Libera, di poter stare tranquilli e abbandonare quell’idea. Perché, come ha rivelato lo stesso boss Giuffré, divenuto collaboratore di giustizia, “quando Dc e Psi si avviarono al tramonto, in Cosa nostra nacque un nuovo discorso politico. Un nuovo soggetto politico andava appoggiato: era Forza Italia”. E quindi Sicilia Libera non serviva più.

Oppure, a ricordare Falcone, verrà proprio il primo uomo del Pdl, Berlusconi. Lo stesso che dal 1974 al 1976 ospitava in casa sua, come “stalliere”, Vittorio Mangano, e col suo tramite riciclava il denaro sporco dei boss di Cosa Nostra, Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella costruzione dei suoi quartieri milanesi.

Un lettore abituato alle fanfare dei nostri politicanti e dei nostri sedicenti giornalisti, potrebbe però, a questo punto, fare un’obiezione. E cioè, che basarsi sulle testimonianze dei cosiddetti pentiti di Mafia non è giusto: sono dei criminali, sono persone di cui non ci si può fidare, e che magari avranno degli interessi nel fare certe accuse, o forse sono manipolati da qualche burattinaio nascosto. Perché anche questa, ormai, è una di quelle idiozie che, a forza di esser ripetute, sono assurte a verità: l’assoluta inaffidabilità dei pentiti. E sono sicuro, infatti, che a ricordare Giovanni Falcone, oggi, saranno quegli stessi che non fanno che criticare i magistrati che si servono delle dichiarazioni dei pentiti, e magari ci saranno anche quegli stessi ministri che vorrebbero fare di tutto per revocare il programmi di protezione a molti collaboratori di giustizia, per dissuaderli dal rivelare eventuali verità pericolose. Eppure, proprio Giovanni Falcone si servì dei pentiti – e di pentiti eccellenti – per capire il vero funzionamento di Cosa Nostra. Dopo aver interrogato Tommaso Buscetta, uno dei boss corleonesi di primissimo piano, Falcone affermò di aver ricevuto la chiave per entrare nelle stanze segrete della Mafia. E dire che anche Buscetta era stato un criminale efferato, autore e mandante di decine di omicidi. Ma il problema è che, per ottenere rivelazioni a proposito delle organizzazioni criminali, bisogna interrogare chi quelle organizzazioni le conosce, ne ha fatto parte e sa fornire prove e nomi. Del resto, difficilmente interrogando una monaca clarissa o un prete francescano si potrebbero ottenere rivelazioni utili per le indagini. Né, è ovvio, dei pentiti di mafia bisogna fidarsi ciecamente: è doveroso valutare caso per caso. Cosa che del resto, lo stesso Falcone faceva: tanto che utilizzò le testimonianze di Buscetta, ma denunciò per calunnia Giuseppe Pellegritti, anche lui mafioso che aveva deciso di collaborare, ma fornendo false informazioni.

Poi, sicuramente, oggi a ricordare Giovanni Falcone ci saranno ministri e parlamentari, giornalisti e opinionisti, che sostengono la necessità di abolire o regolamentare l’uso delle intercettazioni per fini di indagine. Non preoccupandosi, del resto, che approvando i disegni di legge criminali di Alfano e dei suoi compari, si cancellerebbe la norma voluta da Giovanni Falcone, secondo la quale la procedura per autorizzare le intercettazioni venga applicata a tutti i reati di criminalità organizzata, non solo quella mafiosa. Perché Falcone, che di Mafia doveva capirne qualcosa, sapeva benissimo che non si può sapere in anticipo se un omicidio, uno scippo, una rapina o una truffa sono, o meno, reati commessi dagli esponenti o negli interessi delle organizzazioni mafiose.

Scorrendo la lunga lista di comparse e teatranti, vedrete che forse ci sarà anche il Capo dello Stato. Lo stesso che si diceva allarmato per l’abitudine, sempre più diffusa nei magistrati, di apparire in Tv o di rilasciare interviste ai giornali, e auspicava uno “stop al protagonismo dei pm”. E forse dimenticava che Giovanni Falcone, soprattutto negli ultimi anni prima di essere ammazzato, era solito partecipare a programmi televisivi, oppure farsi intervistare. E non lo faceva certo per “protagonismo”, ma per cercare di spiegare la Mafia a quante più persone possibile, per far capire a tutti quanto il problema fosse reale e grave.

Ma non sarà, credo, Napolitano, l’unica “alta carica istituzionale” a partecipare alle commemorazioni di Giovanni Falcone. Sono sicuro che ci sarà anche Renato Schifani: lo stesso su cui indagava Paolo Borsellino e lo stesso che, nel comune di Villabate, modificava il piano regolatore per soddisfare le richieste di Nino Mandalà, boss locale.

Poi, ovviamente, saranno presenti a quelle commemorazioni anche molti politici e ministri che hanno approvato il cosiddetto “scudo fiscale”. E scriveranno un bell’elogio funebre per il nostro servitore dello stato ucciso dalla mafia, anche molti giornalisti che quello scudo fiscale l’hanno applaudito. Non dicendo, però, che questo provvedimento, criminale anch’esso, permette ad evasori e mafiosi di riportare in Italia i loro patrimoni tenuti per anni nei paradisi fiscali, sotto il più totale anonimato e senza dover dichiarare la provenienza di quei soldi; e invece Giovanni Falcone, nella sua lotta alla Mafia, sapeva benissimo che era necessario basarsi su indagini bancarie e patrimoniali, per ripercorrere il tragitto dei flussi di denaro e capire se sono frutto di attività illecite. E infatti, proprio grazie ad indagini bancarie di questo tipo, alla fine degli anni ’70 Falcone svelò l’enorme traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti, e scoprì inoltre dove si trovava il mafioso Michele Sindona, ricercato dalle polizie di mezzo mondo.

Infine, a ricordare Giovanni Falcone, non mancherà certo chi si propone come alternativa politica, e cerca, attraverso una facciata di purezza e di impegno per la giustizia, di ricostruirsi una verginità di legalità. Come Pier Ferdinando Casini, ad esempio, che professa il suo impegno indefesso nella lotta alla criminalità. Peccato che per anni abbia candidato e sostenuto un criminale che risponde al nome di Totò Cuffaro, il quale, sfruttando la sua carica politica di Presidente della Regione in Sicilia, inseriva delle talpe nella Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo per informare il boss Guttaduaro delle indagini che venivano fatte sul suo conto e su come eludere i controlli degli inquirenti.

 

Pochi mesi prima di morire, Falcone dichiarava: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia, la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggerli". Dal momento che non hanno voluto proteggerlo, i nostri uomini dello Stato evitino almeno di infangarne il nome con indegne commemorazioni. Lascino Falcone ai suoi Italiani, a quelli che ogni giorno profondono il loro impegno per combattere la Mafia e la criminalità: magistrati e giornalisti che vivono sotto scorta, intellettuali che scrivono libri sulle connivenze tra Cosa Nostra e i partiti politici, ragazzi e ragazze che scendono in piazza con le agende rosse o con la Costituzione ad urlare “fuori la mafia dallo stato”, madri e padri che insegnano, semplicemente, ai propri figli, il valore della giustizia. Falcone è morto per loro.

Ai nostri politici, invece, alla maggior parte dei nostri politici che oggi si precipiteranno a ricordarlo e a commemorarlo, Falcone non appartiene.

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Maggio 2011 09:28
 

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