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di Valentina Vecchio   
Domenica 11 Settembre 2011 10:18

11 Settembre 2001.

Pensavo fosse difficile scrivere riguardo una delle cicatrici della nostra storia; iniziando a scrivere ne ho la certezza.

Non sono tra i superstiti, non sono una testimone. Non sono un’esperta, ammesso che possa esser d’aiuto essere esperti di fronte all’evento che ha colto il mondo intero impreparato. Posso leggere articoli di giornali passati, posso immaginare storie dietro alle istantanee che son diventate storia nel momento stesso in cui sono state scattate; ma non sono in grado, non me la sento.

Fare memoria non è recitare sommessamente una frase ripetuta da altri. Fare memoria non è una stanca abitudine in risposta a una convenzione sociale e continuare la giornata come se niente fosse; semplicemente perché il passato ha smesso di essere e si vive il presente, noi, qui ed ora, non possiamo limitarci a fare memoria un giorno e già dimenticare l’indomani.

Sembra contraddittorio: se si ricorda l’anniversario dell’11 Settembre, come si può affermare di archiviarlo al tempo stesso? In realtà le due azioni son compatibili: è l’arma a doppio taglio delle cosiddette giornate della memoria.

Serve forse un giorno fissato sul calendario per far venire alla mente tragedie e massacri? Forse sì, forse no. Serve DAVVERO un giorno prestabilito per costruire la memoria storica e dare peso al passato che sfugge? No, non serve davvero; perché non è abbastanza. Non basta fare della tragedia una ricorrenza.

Una prima pagina di un quotidiano americano titolò: “Unthinkable”, “Impensabile”; a noi spetta oggi rendere nel ricordo quanto non era allora possibile concretizzare nel pensiero. Chi non è stato presente all’accaduto, lo può essere solo nel ricordo; ma il ruolo di chi osserva la storia non avendola vissuta, sebbene entri in seconda battuta, non è di secondaria importanza; e il ricordo non si costruisce che giorno per giorno.

Non riesco a scrivere e mi rivolgo a una amica, come sempre quando sono in difficoltà; le chiedo consigli per questo articolo.

La mia amica è americana, di New York. Ci conosciamo da dodici anni, sin da bambine; ed eravamo bambine l’11 Settembre 2001.

Il 7 Settembre 2011 le scrivo per aiutarmi a ricordare.

Qualsiasi parola sembra scontata, scritta da ‘un chiunque altro’ che non sono io; temo che lo sia davvero. La banalità è attraente, forse ho creduto che cedere a un cliché fosse il modo migliore per esprimere un concetto.

Cancello tutto. Ricomincio o lascio perdere? Per quanto insignificante mi sembri il risultato che segue i miei sforzi, sento che lasciar perdere non è la via.

Sono un’estranea, che non vuole restare a guardare; sono un’estranea che vuole ricordare con le sue parole. Perché? Non è una storia da raccontare a qualcuno; no, ma è la storia che interessa ad ognuno di noi. Ne “La Rabbia e l’orgoglio” Oriana Fallaci scrive: “Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove precise ho avuto la sensazione di un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava”. E’ questo il punto: l’attentato al World Trade Center anche se non ci ha toccato, ci riguarda.

Riprendo a scrivere a Sara: “History matters, so it matters to me as it matters to you and everyone, anyone else- La storia interessa, a me, a te, a tutti noi, ognuno di noi”. Così le chiedo cosa ricorda, come vive a dieci anni di distanza l’accaduto… e il pensiero corre più veloce delle mie dita, o forse il contrario? Premo ‘invio’ e l’impazienza di sapere, non di ottenere una risposta, ma di sapere la sua esperienza per filtrarla con le mie parole, mi fa subito compagnia.

Sara mi risponde.

Era a scuola, non dissero nulla né a lei né agli altri suoi compagni di classe.  Alcuni bambini però furono chiamati dagli incaricati degli uffici scolastici e riaccompagnati a casa.  La tragedia li aveva toccati.

Sua madre la venne a prendere e le mostrò quanto accadeva alla Tv. Su tutti i canali una stessa drammatica sequenza di immagini. Sara mi descrive la sua reazione: “..to be honest I was just freaked out”. Oriana Fallaci descrive quella sensazione come quanto “si prova in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva e rizzi le orecchie e gridi a chi ti sta accanto:”Down! Get down!”.

Sara mi racconta che ci sono targhe e memoriali e musei per documentare e ricordare.

Ricordo il museo del WTC, nel mio viaggio a New York lo avevo visitato. C’erano kleenex lungo il corrimano; in nessun altro museo distribuiscono fazzoletti, perché in nessun altro museo mentre vorresti vedere, al tempo stesso vorresti piangere; e più cerchi di sbattere le palpebre, più senti le lacrime disegnare le righe d’espressione del tuo volto. E’ un’espressione di rabbia, commozione, paura, impotenza. Le torri son cadute su loro stesse, come fiammiferi; mentre ti chiedi come sia possibile, pensi che è già stato possibile.

Sara conclude la sua mail: “it left a huge toll on many”. Tra i tanti, ci siamo anche noi due. Noi due che abbiamo fatto memoria. 
Ringrazio la mia amica e le prometto che leggerà l’articolo appena pronto.

 

Ora credo sia pronto. L’articolo che non riuscivo a scrivere e non credevo di saper scrivere, è pronto.

Sono stata contenta di aver scritto il mio pezzo. Non posso dire di esser contenta del pezzo in sé, perché è stato altro a rendermi soddisfatta. E’ stato l’aver cercato di raccontare il ricordo, malgrado l’inesperienza come scrittrice, ma soprattutto la mancanza di una diretta esperienza; è stato il fare memoria di ciò che mi riguarda senza avermi toccato, della storia a cui do il corpo delle mie parole.

Poter capire e provare a raccontare, per ricordare; perché la storia interessa, a tutti noi, ognuno di noi.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Settembre 2011 16:13
 

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