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| Il vizietto 1/ Legni storti e questione morale |
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| di Alessandro Rico |
| Martedì 06 Settembre 2011 18:14 |
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Da Papa a Penati, da Delbono a Cosentino, l’elenco di corrotti e corruttori è potenzialmente infinito. Molto limitata, invece, è la gamma di soluzioni al problema del malcostume nell’amministrazione pubblica: il refrain che mette d’accordo comunisti, socialdemocratici e cattolici è sempre lo stesso da una trentina d’anni. È il nodo cruciale della solenne questione morale, che fu di Berlinguer e oggi è pure di Bagnasco. Vizio comune di preti e mangiapreti, che fanno appello all’etica pubblica per costruire un uomo nuovo, homo administrator, l’uomo che antepone il «bene comune» al suo vantaggio, che serve il dio Stato e non mammona il proprio interesse. Ma se «da un legno così storto com'è quello di cui è fatto l'uomo non si può ricavare nulla di perfettamente dritto», il punto non è la palingenesi antropologica. L’intelligenza sta nel fare i conti con le tentazioni, la vanagloria, la sete di guadagno facile. L’astuzia sta nell’imbrigliare la malvagità sottraendole lo spazio in cui si riproduce. Meno politica, meno burocrazia, meno pianificazioni, meno interventi dello Stato nella vita economica. Più mercato, più concorrenza, più libertà d’iniziativa privata. La corruzione nasce al crocevia tra il sistema imprenditoriale e l’apparato di controllo pubblico: ergo, non cerchiamo di cambiare l’hardware, ma eliminiamo il cortocircuito. Fidiamoci dell’impersonale e autoprodotta regolazione del mercato; diffidiamo del pregiudizio per cui il privato vorrebbe derubarci e i pubblici poteri dovrebbero vigilare, affinché la sua attività resti compatibile con le esigenze dell’interesse generale e della solidarietà nazionale (ovvero con un progetto di redistribuzione dei redditi, tanto per dare il vero nome alle cose). È l’illusione keynesiana che un cervellone «centralizzato» fosse più sapiente ed efficace di tante piccole menti, ciascuna detentrice di una porzione dello scibile sociale, che perseguendo i loro scopi, anche inconsapevolmente finiscono col garantire l’erogazione, a prezzi ragionevoli, di servizi giudicati utili e desiderabili; è il mancato riconoscimento della nostra inevitabile ignoranza sulla maggior parte dei dati, disponibili in forma «disseminata» nella società e sulle conseguenze non intenzionali delle nostre azioni, ad averci indotti a pretendere troppo da un sistema che sa darci ben poco, perché negando ampia libertà economica non può far fronte all’imprevedibile (la sola onniscienza giustifica l’assolutismo), perché volgendo tutte le forze produttive ad un fine prestabilito, è costretto ad «aggiustamenti» della sua linea politica che violano i principî del governo della legge (si vedano le imposte patrimoniali o le punizioni ai calciatori ribelli in salsa leghista). Se a giudicare della qualità di un’azienda non sono i consumatori, ma un’emanazione del potere statale, si istituzionalizzano favoritismi, tangenti, collusioni con la malavita, infiltrazioni mafiose, lentezze, sprechi. L’uomo è fatto d’un legno storto; ma è l’occasione che lo rende ladro. |
| Ultimo aggiornamento Domenica 11 Settembre 2011 13:40 |