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Libera scuola in libero Stato PDF Stampa E-mail
di Alessandro Rico   
Lunedì 20 Giugno 2011 22:55

Il principale difetto della destra è l’irresistibile desiderio di piacere alla sinistra. Un complesso di inferiorità che scatta soprattutto quando si tratta di intervenire sul sistema scolastico: la cultura è figlia del gramscismo, gli intellettuali sono per lo più marxisti, noialtri siamo sempre stati pragmatici e nazionalpopolari. Perciò l’istruzione si maneggia con la titubanza di un pachiderma che trasporta un cristallo, per il terrore ossessivo di fare qualcosa di manifestamente assurdo e di attirare le critiche facili di chi ha più esperienza nel campo.

Così, il nuovo strale che ho sentito lanciare dai feticisti della scuola pubblica sulla riforma Gelmini, è l’assenza di decreti attuativi. Insomma, l’esecutivo era partito agguerrito ed era per questo apparso particolarmente minaccioso: ma è bastato che i guru tuonassero ex cathedra e che una nutrita schiera di depensati prendesse a sprangate i simboli urbani dell’oppressione borghese, perché quello facesse marcia indietro. O meglio, mettesse a folle. La riforma è legge, si possono difenderne timidamente le conquiste durante i programmi televisivi di approfondimento, ma se un anchorman bracca l’oratore pidiellino opponendogli un temibile fuori corso pescato negli scantinati della Sapienza – anzi, daa Sapienza, cè, capito? – resta l’extrema ratio: inutile scaldarsi, tanto la riforma verrà attuata a metà. La metà che cuce un corpetto addosso a un’università ancora sformata, come la scaltra domestica che nasconde gli oggetti in disordine sotto al letto e ai tappeti.

Si è revocata qualche franchigia, si è cercato di scompaginare la logica corporativa che ostacola l’ascesa di nuove menti avvantaggiando i potentati; e non è cosa da poco, se l’opposizione che ora pontifica, con quei retaggi feudali ha convissuto per intere (si fa per dire) legislature. La sensazione, tuttavia, è che questo non basti. Abbiamo capito il procedimento, ma non abbiamo ancora trovato la soluzione.

Un bel passo avanti, innanzitutto, sarebbe quello di iniziare a parlare un linguaggio originale, a delineare un progetto completo e coerente, senza cadere nel tranello di assumere, nel dibattito, le verità rivelate dell’avversario. La si smetta di esprimersi nel solco concettuale tracciato dai concorrenti, dando poi l’impressione di essere dei miseri dissimulatori che subiscono loro malgrado la retorica dogmatica.

Scuola pubblica, diritto allo studio e via discorrendo col repertorio di giustizie divine dell’istruzione: ditelo, che questa è ideologia. Evidenziate che quest’inventario è il parto di mentalità dirigiste e collettiviste e che perpetua una teodicea idiota attraverso la stantia dicotomia pubblico-privato.

La scuola statale è come la madre, ce n’è una sola ed è insostituibile? È l’istituzione che garantisce agli svantaggiati l’accesso al sapere? E se così fosse stato, almeno nel dopoguerra, era l’unica strada percorribile, o attraverso la competizione e il mercato si sarebbe potuta indicare un’alternativa?

Il semplice fatto di sollevare simili questioni rappresenta una novità sconvolgente nel panorama politico nazionale: una novità, per la risonanza che il definitivo sdoganamento antropologico della destra potrebbe garantire, non perché certe cose non le abbia mai dette nessuno. «Finché la scuola in Italia non sarà libera, nemmeno gli italiani saranno liberi», scrisse don Luigi Sturzo già nel 1947. «Ogni scuola, quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della Repubblica, ma in nome della propria autorità. […] Se la tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione, o anche nell’ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato; se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti». Il che non significa, ovviamente, che si debba celebrare un elitarismo dell’istruzione né che manchi la sensibilità nei confronti dei disagiati: come potrebbe, essendo stato don Sturzo un cattolico? Il fatto è che egli fu anche un liberale: è prendendo le mosse da una straordinaria fiducia nella creatività e nell’autonomia umana, che il fondatore del Partito Popolare ritenne, pertanto, di poter ritrovare, in una società aperta, la garanzia della più ampia diffusione del sapere, coniugata alla massima libertà di iniziativa.

È, al contrario, la società piatta che Calamandrei rendeva appena digeribile con una pregevole eloquenza – inflazionatissime le citazioni dei suoi discorsi, tra i sostenitori di quel manicheismo volgare di scuola di Stato e scuola di sofisti – a livellare verso il basso, a svilire la genialità diluendola in un egualitarismo ipocrita, ad annichilire le energie propulsive degli individui in quanto sospette fonti di disuguaglianza e ingiustizia sociale (un’omologazione alla mediocrità che Alexis de Tocqueville denunciava quale spada di Damocle della democrazia). Come osserva Dario Antiseri: «Chi è nemico della scuola statale: chi ne difende il monopolio o chi non teme di inserirla in un sistema competitivo?».

Questione di cornici teoriche, di visioni del mondo: chiamiamo le cose col loro nome, consegniamo lo statalismo ai socialisti e il mercato ai liberali. E spieghiamo all’opinione pubblica che nella concorrenza si sviluppano inventiva e senso di responsabilità (qualità socialmente utilissime), che l’egemonia sulla scuola è il segno distintivo dello Stato etico – il quale si staglia contro il nobile principio di sussidiarietà orizzontale, per cui lo Stato deve rimettere ai corpi intermedi la gestione delle funzioni di pubblica utilità –; denunciamo che certi signori, è vero, ammettono pure che esistano istituzioni scolastiche private, ma le sopportano malvolentieri e le considerano emblemi della degradazione dell’Idea etica.

Abbiamo il coraggio di difendere una strategia di razionalizzazione delle risorse statali, che non sia  il modo di definire in politichese i tagli, bensì un serio ripensamento in chiave meritocratica della tentazione dirigista di rassicurare: «Paga Pantalone!». E soprattutto rimarchiamo che la libertà non può insegnarcela un’emanazione del potere pubblico, ma dobbiamo conquistarla sviluppando, passo dopo passo, senso critico e personalità, secondo le nostre attitudini e le nostre preferenze (e con la guida di educatori esemplari): la libertà è facoltà di scegliere autonomamente, non di lasciare che lo Stato lo faccia per noi.

Certo, non è tutto così facile. C’è un’unica, ma notevole complicazione: per concretizzare queste idee, bisogna conoscerle. Ovvero, bisogna studiare, e non si direbbe che tutta la classe politica ne abbia voglia. Eventualmente, sarebbe sufficiente servirsi della scuola per come è strutturata oggi. Anzi, saprà cambiarla in meglio solamente chi l’ha conosciuta bene.

Ultimo aggiornamento Martedì 28 Giugno 2011 18:42
 

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