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| Antipolitico sarà lei |
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| di Valerio Valentini |
| Domenica 05 Giugno 2011 12:19 |
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Alla luce di tutto ciò, non si fa fatica a capire che il risultato più importante e, per certi versi, straordinario, è quello della nettissima vittoria di Luigi de Magistris a Napoli. È bastato, infatti, ascoltare le esternazioni dei principali esponenti del Pdl per averne la conferma: mentre il premier minacciava i Napoletani, assieme ai colleghi milanesi senza cervello, a pentirsi onde evitare l’ira divina e le sette piaghe d’Egitto, Cicchitto, a Porta a porta, definiva de Magistris “un incrocio tra un angelo sterminatore e una sorta di Masaniello” (sic!). Interessante il fatto che, a definirlo così, sia stato proprio un piduista (tessera n. 2232) e che, di fronte a lui, il sedicente giornalista Bruno Vespa – quello che dice di fare un grande fatica, essendo lui moderato, in un Paese di estremisti – annuisse in silenzio. E così, per giorni, abbiamo dovuto ascoltare i soliti cervelloni che, per miopia, per allergia al cambiamento, o semplicemente per eccessiva affezione alla poltrona su cui poggiano il sedere, si sono lanciati nell’attacco a de Magistris dicendo che con lui vinceva il giustizialismo, con lui Napoli finiva in manette, con lui si sarebbe tornati al terrore giacobino. Tralasciando queste offese gratuite e idiote, credo sia doveroso analizzarne alcune altre che sono più pericolose, in quanto meno, apparentemente, strampalate, e dunque più credibili. Non soltanto per confutarle, né per difendere l’attuale sindaco di Napoli – il quale sicuramente avrà la possibilità di difendersi da solo – ma per mostrare il solito procedimento che si basa sulla confusione di cause ed effetti e sui grandi polveroni mediatici, nei quali le bugie, reiterate fino alla nausea, assurgono a mezze verità.
Innanzitutto, l’accusa più orticante, che poi è null’altro che una vile e meschina offesa. “De Magistris è giggino ‘o flop”. Lo hanno ribattezzato così i suoi avversari del centro-destra, perché, a detto loro, non ha mai vinto neppure una causa. E subito, migliaia di creduloni, pietosi o ridicoli a seconda dei casi, hanno adottato quel soprannome: “dice che non ha mai vinto una causa”. Confidando, invece, nella buona fede di alcune persone che si sono lasciate convincere dai giornali e dalle televisioni di regime della presunta incapacità di de Magistris come magistrato, bisogna premurarsi di ricordare qualche particolare: innanzitutto, un’indagine non si fa con lo scopo di condannare qualcuno e sbatterlo dietro le sbarre. Un’indagine, bisogna aprirla quando c’è il sospetto fondato che sia stato commesso un reato: a quel punto si fanno ricerche, si interrogano le persone che si ritengono coinvolte, si raccolgono testimonianze. Poi si presenta tutto al gip, che esamina le carte e le prove in esse contenute, e decide se archiviare o rinviare gli indagati a giudizio. In secondo luogo, giova ricordare come sono finite le indagini che de Magistris aveva avviato. “Poseidone” gli è stata tolta dal procuratore Mariano Lombardi, suo superiore, per presunte irregolarità procedurali, mai dimostrate; “Toghe Lucane” gli fu scippata da un procuratore generale talmente zelante e rispettoso della legge che ora è indagato per corruzione giudiziaria; infine, “Why not”, una settimana prima che si concludesse e che si inoltrasse la richiesta di rinvio a giudizio, gli fu sottratta sotto il naso dal ministro Alfano e dal CSM. Troppo facile accusare qualcuno di non aver terminato bene il proprio lavoro, se non gli si è permesso di farlo. Le accuse di inettitudine nei confronti di de Magistris sarebbero state comprensibili se, dopo che lui avesse condotto a termine le indagini da solo, queste ultime si fossero rivelate campate per arie. Ma in nessuna delle tre ciò gli è stato consentito: evidentemente, rischiavano di essere troppo pericolose. E qui veniamo ad un altro punto molto importante, cioè all’altra accusa rivolta al magistrato de Mgistris. Quella, cioè, di protagonismo, di voler essere una prima donna, di inserire nel registro degli indagati nomi importanti per arrivare alla ribalta. Come se, in questo Paese in cui i potenti sono sempre più intoccabili, fosse addirittura conveniente compiere indagini sui poteri forti, su ministri, segretari di partito e presidenti del consiglio. E invece no, non è mai così: indagare sui politici più importanti, significa metterseli contro, e quindi andare inevitabilmente incontro alla morsa mediatica, alla famigerata macchina del fango, e significa anche entrare in zone d’ombra pericolosissime, checché ne dicano Minzolini e Sallusti. E poi, anche per questa accusa vale la tesi precedente: per stabilire se davvero de Magistris sia un magistrato scriteriato o megalomane, avrebbero dovuto permettergli di completare le indagini: se l’impianto accusatorio si fosse rivelato insostenibile, allora avremmo potuto credere alle accuse che adesso gli vengono rivolte. Ma vista l’ansia con cui si sono precipitati a fregargli le indagini, a me, che sono malfidato, viene da pensare che forse, in fondo, proprio del tutto infondate non fossero le sue accuse.
E poi, c’è l’accusa politica che viene rivolta a de Magistris, e cioè quella di non fare, appunto, politica, ma di essere semplicemente un qualunquista e demagogico interprete dell’antipolitica. Che poi è la stessa accusa scagliata contro tutti i movimenti spontanei, che non si allineano, cioè, ai partiti ufficiali, che non ne condividono i metodi, le logiche e le idee. Ma le parole hanno un loro valore, e allora bisogna analizzarle attentamente, perché a furia di utilizzarle in maniera impropria si è finito col logorarle: tanto che oggi, in Italia, “fare politica” implica doverosamente e inevitabilmente “stare in un partito”, cioè abbassarsi alla stessa infima volgarità di chi della nostra politica ha fatto scempio, tanto a destra quanto a sinistra. Ma non è così: la politica è, nel suo significato autentico e puro, la scienza che si occupa di amministrare la vita associata di una comunità. Non c’è nulla, quindi, di politico, nella maggior parte delle cose che i nostri politicanti di professione fanno o dicono. Non c’è nulla di politico, ad esempio, nell’occupare in maniera coatta il Parlamento per costringerlo a dire che si è concusso un ufficiale della questura di Milano per liberare una prostituta marocchina minorenne che aveva avuto relazioni col Presidente del Consiglio solo per evitare incidenti diplomatici col presidente dell’Egitto, fantomatico zio della ragazza; non c’è nulla di politico nel voler condannare il Paese al medioevo energetico del nucleare riempiendolo di scorie e minacciandolo col rischio di danni irreversibili per le persone e per l’ambiente; non c’è niente di politico nel definire “terroristi” i magistrati; e non c’è nulla di politico neppure nel perenne litigare per trovare una leadership che non arriva mai; non c’è nulla di politico nell’ignorare per anni i veri problemi di un Paese arrabattandosi su questioni futili; non c’è nulla di politico nel combattere con un mano la privatizzazione dell’acqua, criticando però chi si adopera per organizzare i referendum, e nel fondare con l’altra il comitato per il “no all’acqua libera per tutti”. Purtroppo ci siamo assuefatti a questi indecoroso spettacolo dei politicanti italiani, e abbiamo finito con l’abituarci alla loro mediocrità, credendo che questo sia “la politica”. Dobbiamo invece avere il coraggio di guardare oltre al modello che ci viene imposto da questi signori ammuffiti, e capire che c’è una politica, quella vera, che ha bisogno della partecipazione attiva e consapevole dei cittadini. Venendo al caso di Napoli, infatti, de Magistris ha significato proprio questo; la sua elezione – così come i lusinghieri risultati ottenuti in molti comuni del M5S – è la dimostrazione che ci si può svincolare dalle collusioni e dagli affarismi dei partiti, che sono trasversali anche se diversi, e contribuire al miglioramento della nostra società.
Emblematico è il caso dei rifiuti: è vero, de Magistris dovrà dimostrare di essere all’altezza degli impegni assunti, e dunque il giudizio sul suo operato è rimandato ad altri tempi. Ma è importante anche quanto ha affermato a proposito dei rifiuti: basta con le politiche delle emergenze, delle deroghe, dei commissariamenti, delle leggi speciali. Queste tecniche assurde, infatti, non sono altro che degli incentivi alla criminalità, perché il commissariamento, o la deroga, non fanno altro che sospendere la legge vigente, con la scusa dell’emergenza, aprendo le porte alle infiltrazioni mafiose. E infatti, negli ultimi anni, chi ha goduto di più dell’afflusso continuo di soldi, nella città partenopea, per realizzare i “miracoli in soli tre giorni”, è stata proprio la Camorra, che ha tutti gli interessi perché l’emergenza continui e con essa continuino i finanziamenti straordinari. Basare la politica dei rifiuti non più sui commissariamenti, ma sulla raccolta differenziata ed il trattamento della frazione umida, bloccare l’affare da 450 milioni di euro per la costruzione di un nuovo inceneritore, come ha annunciato de Magistris, sono il modo migliore per tagliare i rifornimenti alle organizzazioni criminali, e per affrancare la politica, quella vera, dalla Camorra.
I partiti, però, di destra ma anche di sinistra – salvo quando devono impossessarsi della vittoria conseguita da altri – sono piuttosto contrari a questo nuovo tipo di politica. E non è difficile capire il perché. Sanno perfettamente che se i cittadini cominciano a prendere consapevolezza di poter gestirsi e organizzarsi autonomamente, se imparano a fare politica, e non a demandare tutto ai politici, per loro, i loro stipendi milionari, le loro pensioni dopo tre anni, i loro portaborse e le loro poltrone, il gioco è finito. |