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| Cattolici ragionevoli: intervista a Tiziano Torresi |
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| di Alessandro Rico |
| Lunedì 23 Maggio 2011 18:30 |
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Ho incontrato Tiziano alla Residenza Universitaria San Carlo Borromeo, dove ha scelto di presentare il volume e, a partire da qualche considerazione sul suo libro, ho intrattenuto con lui una conversazione a 360° su religione, politica, università e società. Su quali aspetti ti sei soffermato nel ripercorrere le vicende degli universitari cattolici nel quinquennio 1935-40? Che quadro emerge dalla tua analisi? «Io ho studiato soprattutto la posizione della FUCI rispetto all’evolversi della realtà internazionale, che in quel lustro sarebbe andata incontro allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Quella che viene fuori è una rivalutazione del ruolo della FUCI, che ha rappresentato un argine culturale, intellettuale e in parte anche politico al fascismo nell’università. In questo affresco storico io ho evidenziato l’attenzione che questi giovani dimostrarono alle vicende del pensiero dominante in quegli anni (la grande riflessione che fecero sul personalismo, sul nazismo e sul comunismo): ne emerge una catena di biografie ricchissime, che testimoniano la capacità dei fucini di resistere all’incalzare degli eventi con grandissima intelligenza e con ammirabile fede». Quale insegnamento comunicano oggi le esperienze di quei giovani? «La lezione che dobbiamo trarre proviene dal loro impegno nell’università, che il fascismo aveva cercato, come il resto della società, di totalitarizzare (la FUCI rappresentò un seme fecondo in quella realtà sempre più asfittica); dal loro modo di vivere l’amicizia, come espressione della propria fede e infine dalla loro volontà di abitare il presente, di stare nel mondo nonostante le tensioni, nonostante le difficoltà, cercando anzi di arricchirlo attraverso la propria capacità di pensare». Giulio Andreotti, nella Prefazione, ha ripercorso quegli eventi in maniera sintetica, ma molto sentita. In particolare, ha colpito la mia attenzione il passo in cui afferma che «la Chiesa, come è stato ben messo in luce dalla storiografia, fece tutto il possibile per salvare gli ebrei»: inevitabilmente mi viene da pensare ad una rivalutazione di Pio XI, additato come responsabile di una commistione col fascismo e col nazismo e di Pio XII, accusato di un «colpevole silenzio» sull’Olocausto. «Da parte mia, ho voluto mettere in luce soprattutto la riflessione culturale dei fucini sul problema del razzismo. La condanna che Pio XI pronunciò nei confronti del nazismo e del razzismo, fu una condanna innanzitutto teologica: potremmo pensare che sarebbe stato molto più forte un pronunciamento politico, ma in realtà, la riprovazione di quella che era una vera e propria forma di neopaganesimo, fu fortissima. E d’altra parte la posizione di quei ragazzi ci conferma che la Chiesa, con la prudenza che era necessaria in un frangente così delicato, fece tutto quanto era in proprio potere per salvare gli ebrei. Vorrei ricordare una frase di uno degli assistenti della FUCI, Monsignor Guano (allora ancora don Emilio): “Noi agli ebrei dobbiamo tutto, perché dobbiamo innanzitutto Gesù Cristo”». Qualche settimana fa Benedetto XVI ha evidenziato l’importanza del contributo dei cattolici all’interno della vita politica del Paese. Un messaggio tanto più notevole, in quanto diffuso nel periodo in cui l’Italia celebra i 150 anni dell’unità nazionale e che testimonia pertanto un rovesciamento dell’ostilità nei confronti dello Stato unitario e non confessionale, espressa dal celebre non expedit di Pio IX. La Chiesa conferma così il carattere storico e realista del cristianesimo, adeguando la propria linea ai tempi che cambiano. Alla luce di ciò, cui prodest un cattolico in politica? E come deve agire il cattolico che entra in politica, anche in relazione alla consapevolezza della laicità delle istituzioni statuali? «Io credo che ci sia, da parte del pontefice e della Chiesa, un grande interesse a produrre un bilancio del contributo dei cattolici alla vita politica dell’Italia nei suoi primi 150 anni: si tratta di un contributo molto significativo ai fini della tenuta delle istituzioni e del progresso civile del Paese intero. È chiaro che questo anniversario cade in un momento di profondo smarrimento: ci troviamo di fronte a un’autoreferenzialità della politica, ad una politica finalizzata solo ed esclusivamente al raggiungimento del potere, un qualcosa a cui la Chiesa non può che guardare con sospetto. A fronte di ciò, possiamo apprezzare la prospettiva promossa dal Concilio Vaticano II: con una profonda rivalutazione dei laici, la Chiesa ha posto tra gli impegni prioritari del fedele quello politico, che, per dirla con Paolo VI, rappresenta un’altissima forma di carità. Di conseguenza, c’è da parte della Chiesa un’attenzione anche alla formazione, attraverso la quale acquisire la competenze necessarie ad impegnarsi, nel mondo della politica, con acribia». I programmi politici che un cattolico elabora derivano, naturalmente, dalle proprie convinzioni religiose. Come renderli credibili e ragionevoli anche per i non credenti? «Credo che nel mondo attuale, in cui tutto o quasi è comunicazione, sia importante l’acquisizione di un linguaggio comprensibile a tutti: è uno sforzo che i cattolici devono compiere affinché sia possibile entrare nell’agone politico, nella grande agorà che è la nostra società contemporanea, portando sì alcune istanze scaturite dai valori cosiddetti “non negoziabili”, ma utilizzando delle argomentazioni comprensibili a un pubblico molto più ampio. Credo che la sfida lanciata dal papa con il suo altissimo magistero sia proprio questa: la ragionevolezza delle cose, anche credute, è la vera chiave perché nel contesto pubblico ci sia la possibilità di concorrere, indipendentemente dalle proprie appartenenze religiose, al progresso della società». Giovanni Paolo II venerato come santo prima ancora che fosse soltanto beatificato: se è vero che la sua grandezza, la sua santità sono rappresentate dalla costanza e dalla tenacia con cui si è fatto testimone vivente delle virtù cristiane (parlando attraverso le sue opere, appunto, un linguaggio universale e non accessibile solo ai credenti), io trovo che vi sia un collegamento con l’invito di Benedetto XVI ai cattolici ad entrare in politica. Come dire: le pronunce da Oltretevere rischiano di rimanere sterili, bisogna che i cattolici testimonino concretamente la profondità del messaggio cristiano. Il che è poi un ritorno alle radici: il Vangelo è la «buona novella». «Il campo della politica è quello in cui, meglio che in altri settori del convivere civile, devono manifestarsi le virtù cristiane. La testimonianza di Giovanni Paolo II, in questo senso, è straordinaria, perché quel “non abbiate paura!” è riuscito a risuonare, anche attraverso i suoi gesti così pregnanti e comunicativi, in tantissimi ambiti. Basti pensare alla vastità dei documenti che ha prodotto e delle frontiere che ha varcato (non gli è stato possibile entrare solo in Cina e in Russia). In ogni occasione c’è stato un fortissimo richiamo al coraggio, a far sì che l’espressione delle virtù di cui poc’anzi dicevo, sia libera e feconda all’interno della società. Abbiamo iniziato la nostra conversazione dal non expedit: è vero piuttosto che il bilancio di questi 150 anni ci consegna una Chiesa sempre meno impaurita, sempre più capace di comunicare al mondo (a partire dal primo passo compiuto dalla dottrina sociale), sviluppando delle argomentazioni precise, ma al tempo stesso ampie e in grado di rivolgersi a un pubblico che può capire la ragionevolezza di quelle posizioni – e non solo la loro aderenza ai valori evangelici». I giovani sono una risorsa: tanto pieni di voglia di fare, disposti anche a vendere le proprie competenze a buon mercato, pur di vedere qualcosa che appartiene loro realizzarsi concretamente, quanto non privati dei mezzi per qualificarsi, non ostacolati nella loro ascesa, ma, peggio, ignorati. Ignorati da una società che si comporta come se non avesse bisogno di loro adesso, come se li tenesse in panchina in attesa che il loro talento si tramuti nella conclamata abilità del fuoriclasse. Ma così quei talenti si consumano e se ad essi si chiede «esperienza» (scolastica o lavorativa), non si dà loro la possibilità di maturarla. Cosa può fare un giovane cattolico in questa società che sembra priva di stomi attraverso i quali, in qualche modo, penetrare nei negotia? I giovani, infatti, senza uno spazio adeguato in cui esprimere se stessi, rischiano di non sapere dove testimoniare Cristo, magari sapendo alla perfezione come farlo. «Ci sono vari aspetti fondamentali nell’affrontare la problematica giovanile. Il primo è quello del precariato: la grande difficoltà che incontra un giovane è di trovare un lavoro che gli permetta di pensare e poi di realizzare un vero e proprio progetto di vita. Su questo argomento anche Benedetto XVI è intervenuto in maniera molto puntuale. Il secondo aspetto riguarda la società nella sua globalità: non possiamo nascondere che c’è una fortissima disattenzione nei confronti dei giovani, originata in parte dal fatto che la società non è in grado di comprendere la giovinezza stessa. Se si riuscissero a dare almeno delle garanzie minime a chi si affaccia sul mondo del lavoro e soprattutto se si riqualificasse il momento della formazione (anche nell’ambito delle scuole professionali), si potrebbe costruire una società in cui le qualità dei giovani siano valorizzate». La FUCI è uno di quegli spazi in cui il giovane può sia formarsi, sia esprimersi: come spiegheresti l’importanza delle attività della Federazione a chi non ne vive la realtà? «Ci sono almeno tre grandi qualità che la FUCI attinge da un’eredità molto incisiva nella storia del Paese stesso. Anzitutto, il valore dell’amicizia: la FUCI è un luogo in cui si è veramente amici, amici in un senso cristiano. La Federazione è una vera e propria palestra di libertà. Ho avuto modo di verificare, negli anni della mia presidenza, come questi giovani si educhino l’un l’altro alla reciprocità e alla condivisione delle idee, sempre in un clima di apertura, di confronto propositivo. Altra caratteristica è l’impegno nel mondo universitario: la FUCI ha tratto, in particolare dal pensiero di Montini, una fortissima considerazione dell’università come momento in cui l’uomo si forma (e questo è molto importante, perché oggi l’università vive un momento di pericolosa disattenzione da parte delle istituzioni pubbliche). Il terzo aspetto è la capacità di vivere il presente: spesso ci si rifugia in esperienze che astraggono il giovane dal mondo quotidiano, invece la Federazione ha sempre investito nel presente, pur con le sue contraddizioni, sapendo che è in esse che si cela la possibilità di esprimere la propria intelligenza». Il mondo accademico è attraversato da tensioni che si sono concentrate, a mio avviso in maniera tendenziosa, sulla questione dei finanziamenti pubblici e dei criteri «economicisti» di gestione degli atenei. Credo però che il problema che affligge l’università e che penalizza sia la formazione che la produzione culturale, abbia cause più profonde e risieda in uno scadimento della stessa dimensione propriamente culturale, basata dunque sul dialogo, sul confronto, sull’apertura, aspetti che sono venuti meno anche per l’egemonia esercitata da certe tradizioni culturali come il marxismo. In questo contesto di omologazione intellettuale, come può muoversi un giovane cattolico? «La sfida è quella dell’interdisciplinarietà. La complessità dei problemi e la velocità con cui il mondo sta cambiando impongono a chiunque, al di là della propria specializzazione, la capacità di una riflessione consapevole sul reale. Le risorse economiche sono indispensabili, però il modello di università promosso dalla FUCI, attraverso le idee di Montini (ma penso anche all’interpretazione del cardinale John Henry Newman), punta a cucire attorno all’uomo un abito virtuoso. È indispensabile disporre degli strumenti per contribuire alla riflessione sulla società da più fronti, perché viviamo in un’università che invece specializza e settorializza – lo vediamo, ad esempio, con la politica dei crediti, in maniera spesso anche ridicola – anziché immergere l’individuo in un universo di saperi, da cui possa attingere le conoscenze utili, non tanto a trovare un lavoro, ma a vivere in maniera piena la propria esistenza». Chiudiamo con un «off topic». Su questo portale mi sono più volte occupato del rapporto tra liberalismo e cattolicesimo, osservando che le condanne espresse in più occasioni dal papa, nei confronti dello stesso liberalismo, del relativismo o del progressismo, non intaccano il nucleo essenziale del liberalismo, quanto piuttosto le sue derive storicistiche o amorali; che, quindi, una conciliazione tra cattolicesimo e liberalismo è possibile a partire da una comune considerazione dell’individualità, contro la massificazione e l’omologazione del pensiero e, sul piano della libertà, attraverso un’integrazione del concetto «negativo» di libertà liberale, con quello cristiano della libertà come responsabilità. Che idea ti sei fatto, da studioso di Scienze Politiche, della questione? «Innanzitutto, per quanto riguarda le parole del papa, non parlerei di “condanna”. Parlerei, anzi, di una radicale riconsiderazione del liberalismo che ha stupito anche i più lontani dalla Chiesa. Ci sono almeno due campi in cui, secondo me, l’incontro di cui tu parlavi è non solo necessario, ma veramente promettente: il primo è quello dell’economia. Qui, sfogliare la Caritas in veritate [enciclica del 2009 di Benedetto XVI, ndr] significa aprire un documento in cui la rivalutazione dei principi del liberalismo è molto significativa. Significativa, però, nella misura in cui il papa contempera quelli che sono diventati nella Storia gli eccessi del capitalismo, con una visione dell’economia in cui al centro tornano ad essere la dignità dell’uomo e quindi anche la dignità del povero. L’altro campo è quello del rapporto tra società e laicità: se c’è da parte del papa una condanna, non è contro il liberalismo, ma contro una società che vuole escludere i valori spirituali dalla dimensione condivisa dell’esistenza dei singoli. L’incontro tra cattolicesimo e liberalismo è possibile e auspicabile, se noi ci concentriamo su questi due aspetti: sul garantire all’economia un volto umano e sul garantire alla società uno spazio in cui sia possibile per tutti contribuire alla discussione pubblica, anche portando istanze che provengono da qualcosa che porta il nome di fede».
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| Ultimo aggiornamento Martedì 24 Maggio 2011 13:00 |