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Non c'è niente da ridere PDF Stampa E-mail
di Fabiana Aloisi   
Lunedì 11 Aprile 2011 12:26

Esatto. Non c'è niente da ridere. Non ridevano i neolaureati dopo aver ascoltato le tristi battute di un presidente del Consiglio, specchio di una classe politica chiusa nel palazzo, lontana anni luce dalla realtà del loro Paese. Non ridevano neanche le migliaia di studenti, stagisti, ricercatori, precari dei call center, della scuola, che sabato hanno riempito le strade e le piazze italiane. Sono arrabbiati. E hanno ragione di esserlo. Da Palermo a Napoli, Roma, Torino, Milano e tante altre città, gridano ad una sola voce. Sono il 30% della forza-lavoro giovanile, condannata dalla piaga del precariato a stipendi da fame. Indossano maglie gialle con un punto esclamativo e mandano un messaggio forte: non sono più disposti a tutto. E non vogliono più aspettare.

Vogliono un lavoro che gli permetta di vivere con dignità, di costruirsi un futuro stabile e una famiglia, di assicurare ai loro figli un'istruzione adeguata. Chiedono quello che un Paese civile dovrebbe garantire, senza bisogno di rivendicazioni. La mobilitazione è promossa dal comitato “Il nostro tempo è adesso”, nome che serve a rimarcare il bisogno di lottare ora (anche se per cose che spetterebbero loro di diritto) contro coloro che stanno rubando, giorno dopo giorno, il futuro alle giovani generazioni. Bisogna pretendere ora ciò che gli viene promesso da anni: la possibilità di un posto fisso e una, seppur minima, sicurezza economica; perché quelle migliaia di giovani hanno ormai imparato che una promessa non si traduce in una garanzia stabile e duratura.

Hanno lavorato sodo e duramente, abdicando ai loro diritti, nella speranza di ottenere quello che oggi rivendicano. Vengono affamati perché sono pieni di talento e voglia di fare, perché forse in molti riescono a lavorare dove vorrebbero, e c'è chi pensa che amare quello che si fa ed essere bravi nel farlo, basti a se stesso.

Bé non è così. Del loro talento non se ne fanno nulla se non hanno sicurezze, se il loro futuro è precario quanto il loro posto di lavoro. E questo non è giusto. In molti scelgono di andare via, cercando posti in cui sia un sistema effettivamente meritocratico ad essere in vigore e ad essere rispettato. Infatti partecipano alla mobilitazione anche i giovani che lavorano a Bruxelles e nelle altre capitali europee, perché non hanno dimenticato il loro Paese e sperano ancora che offra anche a loro delle opportunità concrete. Sono anche tanti quelli che restano, però, che non si arrendono nonostante il fatto che questa Nazione gli volti continuamente le spalle: restano perché sanno di essere, nonostante tutto, il futuro di questa Italia che non è mai stata così sorda e intorpidita; e scelgono, perciò, di rivolgersi alla loro classe politica con amara ironia:

“Noi il futuro, voi una barzelletta”.

 

 

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