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Un giorno, questa terra sarà bellissima PDF Stampa E-mail
di Valerio Valentini   
Mercoledì 06 Aprile 2011 00:21

In due anni ho capito questo: che le tragedie lasciano, in chi le subisce, un segno indelebile. E questa è, probabilmente, una banalità. Ma riflettendoci sopra, si può arrivare a cogliere il senso più profondo di questa banalità, e cioè che non si rimane indifferenti, di fronte alla tragedie. Non si resta uguali a prima. E questo, forse, è meno banale. Perché significa ammettere che le tragedie che subiamo, possono migliorarci oppure peggiorarci. Sta a noi scegliere come reagire.

Ce lo siamo detti più volte, noi ragazzi aquilani, cosa c’aveva lasciato questo terremoto.

La paura, sicuramente, che s’è incrostata nei nostri ricordi, e ogni tanto torna alla gola come un rigurgito acido, e non se ne va. Un senso di precarietà, poi, dovuto alla realizzazione di una verità atroce, e cioè che le nostre vite poggiano su palafitte molto instabili, che rischiano di venir giù da un momento all’altro: bastano trentotto secondo a sgretolarle. E poi un grande fetore: quello emanato dal ghigno sadico di chi, senza differenze di casacca e di colore politico, sa sempre sfoderare le promesse giuste per illudere quanti coloro sono smarriti e non sono lucidi, perché annebbiati dalla sofferenza.

Ma il rischio viscido su cui è facile scivolare, è quello di arrendersi alla grandezza di tutte queste cose che incombono sulle nostre esistenze, eccessivamente fragili di fronte al destino, alla sorte, all’imprevedibilità del futuro e al cinismo della politica. Sembra naturale, dopo eventi troppo fatli, chiamarsi fuori dal gioco, restare in disparte a guardare, come uno spettatore inconsapevole che vede srotolarsi la pellicola della propria vita e crede di non potere far altro che assistere, passivamente. Con la comoda illusione di non poterci far niente, ché in fondo non è colpa tua, ma anzi tu sei la vittima, sei quello che l’ha subita, la tragedia. Perché questa, forse, è la tara più infida che ti lascia il dolore: l’indolenza. Ti rende dimentico della bellezza di assaporare ogni singolo respiro di vita, e ti anestetizza l’anima, in un torpore contagioso e infame.

Ma le tragedie che si subiscono, questo ho capito in due anni, non ti tolgono la possibilità di scegliere, non ti sottraggono la facoltà di maturare la tua sofferenza e attraversarla. Non ti impediscono di migliorarti. In una parola, non ti tolgono la libertà. E la libertà, oltre ad essere un diritto sacro, è anche una condanna, a volte. Perché libertà significa rialzarsi, quando le ginocchia fanno male e preferiresti restare a terra. Libertà è sperare, soprattutto nei momenti in cui sperare è una follia. Libertà è volere, per sé e per gli altri, qualcosa di migliore. La libertà è una responsabilità, troppo importante perché possiamo rinunciarvi o demandarla ad altri. Ed è per questo che, nel giorno del secondo anniversario di quello che è stato il giorno più brutto della mia  vita, invece che lanciarmi in critiche – e ce ne sarebbero da fare, e spero che altri le facciano, perché ce n’è bisogno – voglio fare dei ringraziamenti. Voglio dire “grazie” a quanti coloro, dal terremoto, hanno imparato a voler essere liberi, hanno deciso, di essere liberi. A tutti quelli che si sono sporcati le mani, che c’hanno provato. A tutti quelli che hanno osato credere che il futuro, quello loro e quello della loro città, potevano costruirselo da soli. A tutti quelli che non hanno abbassato la testa davanti a chi imponeva di farlo, a tutti quelli che hanno perso la voce a forza di strillare le proprie ragioni nelle orecchie di chi continuava a rimanere sordo, a tutti quelli che hanno risposto “presente” e non si sono tirati indietro. A tutti quelli che, col loro impegno, col loro lavoro, con le loro carriole, con i loro striscioni, con le loro bandiere nere e verdi, con le loro ferite rimediate contro i celerini quando si chiedeva la sospensione delle tasse, con le loro telecamere e le loro penne, hanno voluto credere che era possibile crederci. A tutte quelle madri e quei padri che si sono visti strappare i propri figli, e hanno deciso di pretendere giustizia: per non permettere, ad esempio, che una scempiaggine come quella del “processo breve” potesse cancellare le inchieste sui crolli dei palazzi e delle scuole. A tutti quelli che continuano a lottare perché nascere a L’Aquila, negli anni a venire, non sia una condanna. A tutte queste persone io scrivo il mio “grazie”, per quel poco che possa valere.

Infine, volevo rivolgere un appello, a chiunque voglia ascoltarlo e condividerlo: fare del 6 aprile una giornata di “riflessione nazionale”. Non di lutto, ma di riflessione. Mi piacerebbe, sì, che fosse un momento per ricordare tutte le vittime dei terremoti – che poi, in realtà, sono vittime dell’incuria umana, dell’abusivismo, della corruzione – ma che fosse soprattutto un’occasione per riflettere, per sensibilizzare tutti, soprattutto i più giovani, al rispetto delle regole e delle norme, edilizie e non. Che in realtà significa rispetto della vita. Sul palco di San Remo, qualche settimana fa, Roberto Benigni ha detto che il 17 marzo era importante chiudere le scuole affinché i bambini potessero domandarsi perché quel giorno si rimanesse tutti a casa. Ecco, magari spiegare ai bambini, in futuro, perché il 6 aprile le scuole sono chiuse, significherebbe ricordare loro, anno per anno, quanto sia grave e pericolosa la noncuranza, il menefreghismo, l’abusivismo, l’illegalità. Significherebbe mantenere viva e costante l’attenzione sui temi di rispetto delle norme, significherebbe stimolare la ricerca e l’impegno nel campo della prevenzione.

Mi si dirà che di terremoti e di disgrazie ne sono successi tanti, e che nessuna strage, per quanto atroce, sia mai valsa a sistemare le cose. Io non credo che si possano annullare le tragedie, né che si possa pretendere che tutto cambi dall’oggi al domani. Credo, però, che perseverare nel voler cambiare il mondo, non sia una sterile utopia, ma sia il modo migliore per accelerare la storia, e far sì che un futuro davvero migliore non rimanga per sempre un sogno irraggiungibile. E quel domani, tanto desiderato, non resti per sempre lontano.

Questo è quello che m’hanno insegnato questi due anni; questo m’hanno insegnato tutte le persone che hanno deciso di lottare e di essere libere si sperare.

Un giorno, questa terra sarà bellissima.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Aprile 2011 15:26
 

Commenti 

 
#1 Un giorno così sarà...adriano sabatini

2011-04-08 19:10

Un giorno così sarà..., ma, per il momento, ben vega quello che io imploro da sempre:COMUNICA ZIONE. Bravo Valerio, è questo che serve a L'Aquila. E' con i piccoli (ma grandi) passi che faremo, prima gli aquilani e poi la nostra città. Comunicazione è partecipazione !