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La stampa è per eccellenza lo strumento democratico della libertà”…“La democrazia è il potere di un popolo informato”; quale toga rossa ha pronunciato tali parole? O son forse tratte da un discorso pronunciato da un deputato della minoranza che (straordinariamente) si oppone? Oppure portano la firma dei giornalisti di Repubblica, che per una volta tanto non pongono le assillanti e pressanti dieci domande?
Le due citazioni sono di Alexis de Tocqueville, il malcapitato recentemente, ed erroneamente, citato dal Presidente del Consiglio per denunciare la fantomatica dittatura dei giudici. Non è un pm politicizzato, né un parlamentare, né un giornalista scomodo (leggi: che fa il suo mestiere); non è, e basta, casomai era, perché per sua fortuna non è sopravvissuto sino ad oggi. E’ una fortuna che sia morto, così nessuno ne possa parlar male. E’ una sfortuna che sia morto perché la viva vox non sarebbe stata distorta nel 2011 da politicanti che reinterpretano il suo pensiero a loro uso e consumo; quindi, in fin dei conti, è come se parlassero male di lui, citandolo senza contestualizzazione, senza una precisa referenza, senza alcun senno. Tocqueville riteneva che la libertà di stampa andasse garantita al di sopra di ogni altra libertà, e che andasse tutelata poiché scriveva che “in un paese in cui regni apertamente il dogma della sovranità del popolo la censura è non solo un pericolo ma anche una grande assurdità.”: Malgrado la sorprendente e desolante attualità delle sue parole, si potrebbe condurre un esperimento mentale. Se Tocqueville fosse ancora vivo e stesse scrivendo oggi un volume, intitolato: “La democrazia in Italia”, che cosa potremmo leggervi? Un appunto secco e pertinente potrebbe suggerirci di inserire un punto interrogativo alla fine del titolo e trasformarlo in una domanda sarcastica, così da ridurre il tutto a una battuta: “La democrazia in Italia?” “Sì, sì..come no!”. Con una ponderata riflessione possiamo invece cercare di domandarci perché parlare di democrazia, censura e libertà di espressione sia un terreno così scivoloso nel nostro benedetto e assurdo bel paese. Il 3 Ottobre del 2009 quando si è manifestato a Roma con lo slogan quali «La verità vi farà liberi», «No all'informazione bavaglio», subito si è sollevata la melliflua voce di Minzolini che esprimeva il suo stupore: “Lo dico senza spirito polemico: la manifestazione di oggi per la libertà di stampa per me è incomprensibile” e proseguiva con incipiente costernazione: "La difesa corporativa non fa bene all'autorevolezza dei media; specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell'informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità e che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione, manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico”. Malgrado gli inspiegati e inspiegabili salti logici dell’editoriale, che non son dovuti alla scelta delle parole e dei costrutti, ma al loro stesso autore, ci si chiede, come mai? Perché questa discrepanza tra una Piazza del Popolo gremita e il Direttore dell’illustre Tg1? La stampa è libera o no? Proviamo a ragionare per assurdo, visto che il nostro esperimento mentale con Tocqueville è fallito, e poniamo come postulato, senza sottoporlo ad ulteriore discussione, bensì accettandolo per vero, che in Italia vi sia libertà di stampa. Dunque, perché mobilitarsi a seguito di querele e provvedimenti restrittivi contro quotidiani e trasmissioni televisive? Forse perché la stampa, che è libera, come abbiamo accettato di presumere, non è così libera. Allora, la domanda verte su quanto sia libera la libera stampa? Non molto, a onor del vero. Numerosi infatti sono i condizionamenti a cui sono sottoposti quotidiani e dibattiti televisivi. In primo luogo di carattere economico, in secondo luogo, di carattere politico. Tali vincoli non sono tuttavia inevitabili come vogliono sembrare. Infatti, benché la maggior parte dei giornali che compriamo siano finanziati da azionisti e imprenditori, e sfruttino la pubblicità per sostenere i costi di produzione, non è impossibile pensare a un quotidiano che si regga esclusivamente sui soldi ricevuti dai suoi lettori. Lo stesso dicasi dei limiti posti dai politici che, anche quando non possiedono l’intera rete televisiva, comunque esercitano un controllo costante sul cosiddetto servizio pubblico tale da giustificare censure contro i conduttori che in potenza, non già in atto, potrebbero violare il regolamento a cui son sottesi diktat del governo. Un talk-show sostenuto dai suoi stessi fruitori non è un sogno o un desiderio, è un fatto che si è già verificato. Il 25 Marzo 2010, grazie a un contributo spontaneo di € 2,50 da parte di 50.000 persone, al PalaDozza di Bologna, si è ribadito il diritto-dovere di parlare e farsi sentire e di riaccendere la luce dopo il blackout imposto con la scusa delle elezioni regionali, ed è stata, con tale spirito, condotta una trasmissione capace di informare ed emozionare al tempo stesso. Una notte bianca per un servizio pubblico, non più cosiddetto o presunto, ma effettivo, è stata possibile, perciò anche ripetibile. Perché non si realizza nuovamente e si sopporta, invece, la dissociazione preventiva del direttore generale della RAI che è arrivata, come in Ecce Bombo, “ai massimi dei massimi” appena due mesi fa? Anche, e soprattutto, alla luce dei corsi e ricordi storici, in vista delle prossime elezioni amministrative sarebbe opportuno ricordarsi la lezione di appena un anno fa. Ma un’altra domanda va soddisfatta: perché dev’esser costantemente sottolineata e resa esplicita in modo eclatante la libertà che noi abbiamo dato per postulato? Forse, il ragionamento per assurdo è arrivato al punto in cui l’ipotesi da noi assunta, ci porta a contraddizioni insanabili, tali per cui dobbiamo rivedere il tutto. La stampa libera va costantemente liberata, perciò ‘libera’ non può esserlo; forse è nata libera, ma ovunque è stata messa in catene con il tempo.
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