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Cigni neri e sfide agli dei PDF Stampa E-mail
di Lorenzo D'Amico   
Martedì 29 Marzo 2011 09:25

Gillian Tett, editorialista del Financial Times, si è interrogata recentemente su come il rischio sarà concepito e gestito a seguito del periodo notevolmente turbolento – rivolte nel mondo islamico, guerra in Libia e catastrofi in Giappone – che stiamo vivendo. La giornalista prende spunto dal libro Against the Gods dell’economista e giornalista Peter Bernstein il quale, ormai quindici anni fa, argomentava che una delle principali differenze tra la società moderna e quelle premoderne risiede proprio nella concezione di rischio. Mentre le culture premoderne, senza complessi strumenti matematici e tecnici, non potevano modellare il rischio e avevano quindi una concezione fatalistica della vita – considerata governata dai capricci degli dei o dalle forze della natura –, la società moderna misura le probabilità, ha le capacità per reagire a eventi catastrofici ed è convinta di governare il rischio. La società moderna, insomma, può permettersi di sfidare gli dei.

 

Nel gergo finanziario, gli eventi estremi e altamente inaspettati sono chiamati black swans – cigni neri –, perché considerati rari – almeno in teoria –proprio come l’animale. Nelle ultime settimane, però, stormi di cigni neri sono stati avvistati all’orizzonte. Eventi considerati come improbabili – l’effetto domino delle rivolte nel mondo islamico, il devastante terremoto seguito dall’ancor più devastante tsunami, la parziale fusione del nocciolo di una centrale nucleare a soli 250 km da Tokio – si sono invece verificati, e per di più si sono verificati tutti contemporaneamente. La crisi sistemica delle grandi banche d’investimento, iniziata con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, ha rischiato di distruggere il mondo che conosciamo: l’intero sistema finanziario mondiale ha vacillato, la Grecia è andata in default, Irlanda e Portogallo ancora oggi oscillano sul ciglio dello strapiombo. Anche la catena di eventi che ha portato alla Crisi era molto improbabile: non solo siamo stati incapaci di prevederla – ad eccezione di qualche isolata Cassandra –, ma per di più non siamo riusciti a governarla.

 

Dove sono allora le capacità previsionali e il governo del rischio caratteristici della società moderna? Il fatto che un generatore d’emergenza a Fukushima sia stato posto a cinque metri sul livello del mare invece che a sei potrebbe condannare il mondo a un’altra Chernobyl: complessi modelli di gestione del rischio sono destinati a fallire perché qualche ingegnere ha approssimato un semplice calcolo? Ricercati ed estesi sistemi di risk management non sono stati in grado di evitare, o quantomeno limitare in maniera significativa, i danni della grande crisi economica. Agenzie internazionali e tecnici specializzati non sono riusciti a impedire la parziale fusione del nocciolo a Fukushima. Dov’è la capacità di risposta a questi cigni neri che dovrebbe differenziarci dalle culture premoderne?

Rispondere a queste domande rappresenta oggi una sfida culturale fondamentale, perché dal tipo di soluzioni che come società offriremo dipende molto del nostro futuro; in qualche misura, dalle risposte che sapremo darci dipende il futuro del concetto stesso di civiltà. Secondo la mitologia greca, la civiltà nasce grazie a Prometeo che, contravvenendo alla volontà degli dei, ruba il fuoco per donarlo agli uomini. Senza fuoco e senza rischio, solo il buio della barbarie. In un certo senso, quindi, la civiltà nasce da un atto di sfida agli dei. D’altronde, noi sfidiamo gli dei ogni giorno, costruendo centrali nucleari, edificando su territori sismici, interconnettendo in maniera capillare le nostre economie, sostenendo tiranni in paesi africani; l’Occidente così come lo conosciamo oggi non esisterebbe se non prendessimo quotidianamente dei rischi, convinti di poterli gestire e modellare.

La lezione di questo stormo di cigni neri, improvvisamente apparso all’orizzonte, deve essere compresa a fondo: probabilmente abbiamo sopravvalutato le nostre capacità. Dovremo migliorare la nostra capacità di previsione e di gestione del rischio, magari adottando nuovi modelli organizzativi, come quello della rete, per impedire che una crisi locale possa diventare una crisi globale. Dovremo migliorare e riconsiderare alcuni modelli di gestione del rischio, sia esso finanziario, sismico, nucleare o geopolitico. Dovremo interrogarci sull’essenza stessa del rapporto che lega l’uomo ad alcune forze ingovernabili, che si tratti della natura o di alcuni istinti profondi come l’odio e l’avidità su larga scala. Ma non dobbiamo in nessuna maniera lasciarci vincere dal ritorno al fatalismo, dalla tentazione di pensare che siamo barche in un mare in tempesta, incapaci di avere un largo controllo sulle nostre esistenze e sul progresso della civiltà. Alcune risposte – penso alle recenti esternazioni del vicepresidente del Cnr Roberto de Mattei riguardo ai terremoti, considerati alla stregua di castighi divini, o al Cardinal Martini che in questi giorni spiegava sul Corriere della Sera perché l’Apocalisse non deve farci paura, o ancora alle rinnovate paure sull’uso dell’energia nucleare dopo l’incidente di Fukushima – sono semplicemente dichiarazioni di sconfitta. Dobbiamo invece avere il coraggio di tornare, più forti e più preparati di prima, a sfidare gli dei. E’ la natura prometeica dell’uomo, è l’eterna sfida per il fuoco, senza il quale ci sarà, di nuovo, solo il buio della barbarie.

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Marzo 2011 09:28
 

Commenti 

 
#1 ottima analisiGuglielmo Pacetto

2011-03-29 11:22

condivido in pieno il senso della tua disamina ed ancor più le finalità. Operiamo insieme ed a dovere, per far si che la storia,questi eventi, ci insegnino a lavorare di più e meglio così da migliorare la società e renderla più sicura per noi stessi e gli altri,senza mai cedere al fatalismo e senza mai rinunciare.
 
 
#2 La punta della gaussianaMr. Pinkmann

2011-03-29 13:20

Quoto.
La civiltà E' rischio, per lo meno da quando qualche scimmione si è messo a giocherellare col fuoco, correndo il pericolo di restarci secco. Per carità, anche una gaussiana sempre più a punta può finire tra le chiappe di qualcuno, ma ha sempre fatto parte del gioco. E finché il gioco vale la candela, perché no?
 
 
#3 Non tutti neri questi cigni!Laurenzi

2011-03-29 15:16

D'accordissimo sul fatto di non lasciarci naufragare dalla paura e dall'insicurezza davanti a certi fenomeni naurali, è certo però che l'Eterna Sfida per il fuoco non ammette approssimazione e pressappochismo .
Sfida agli dei si,ma cosciente e positiva.

Nello stormo dei cigni neri invece escluderei l'effetto domino delle rivolte nordafricane,"tumulti" manovrati e prevedibili,spi nti da grandi interessi.
 
 
#4 Amici MieiPerozzi

2011-03-29 19:34

Stile inutilmente retorico e pomposo. Confusionario proprio dove necessita di maggiore incisività (terzo paragrafo).
Si riesce a leggere il pressapochismo dell'autore, sembra copiato dall'articolo di Necchi e Perozzi: "In viaggio con Pippo: a Cernobyl" pubblicato su Topolino n°1287, nel 1986.

Insomma, un articolo scritto con la cappella!

Sappiamo cos'hai fatto...
 
 
#5 amici mieinecchi

2011-03-29 19:35

Articolo leggermente retorico e ricco di metafore insulse. Sembra che l'autore non abbia mai fatto una scelta, povero anche lo stile.Un articolo che , basando tutto sulle metafore, ha perso ogni contatto con la realtà.Concludo citando E.A.Poe " Il Lago" : "Ebbi in sorte in gioventù quand’ero un fuoco
di animar, di tutto il mondo immenso, un luogo
che non potevo certo amar di meno -
la solitudine era tanto amena
di un selvaggio lago, da nere rocce cinto,
con gli alti".