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| Tutta La Vita Davanti |
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| di Sofia Adami |
| Martedì 29 Marzo 2011 09:19 |
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Perdonate l’inizio alla Magritte, ma preferivo avvisare che la mia intenzione non è quella di commentare attori, sceneggiatura, musiche o originalità del film di Virzì (dicendo qualcosa di certo già detto, visto che, tra l’altro, è di tre anni fa), né tantomeno di cavarne fuori una critica a società politica e tivù o di rilevare quanto tale film sia antropologicamente spietato nel ritrarre i meccanismi di ubriacatura collettiva che si attivano all’interno dei call center o nella casa del Grande Fratello. La mia intenzione è diversa, e più che intenzione è una reazione; quindi, lo ripeto, questa non è una recensione.
La storia, però, serve dirla. Marta Cortese, ventiquattrenne, si è appena laureata in filosofia con centodieci e lode e una tesi su Heidegger e Hannah Arendt; dal momento in cui, ricevuto il bacio accademico da professori con la barba bianca e ansiosi di finirla al più presto perché devono scappare in bagno, esce dall’aula e comincia a cercare lavoro, inciamperà, una dopo l’altra, in tutte le brutture in cui inciampa un qualunque neolaureato in cerca di lavoro. Dopo vari e falliti tentativi di diventare una ricercatrice e di pubblicare la tesi, e vista la folla oceanica che aspetta di fronte al palazzo del Provveditorato agli Studi, Marta finisce col fare per metà del tempo da babysitter a una bambina bionda, Lara, a cui è toccata in sorte una bellissima madre-farfalla che non sa aver cura di lei, e a lavorare, per l’altra metà del tempo, nel call center della Multiple, ditta specializzata nella vendita di un marchingegno per la depurazione dell’acqua di rubinetto. Nell’impossibile terza metà del tempo, Marta continua a scrivere. È tutto qui, è l’Italia, ed è un’Italia in cui non si salva nessuno: non si salvano i laureati che non ci hanno creduto abbastanza e per vivere si sono rassegnati a sceneggiare i reality; non si salva l’università, leviatano sordo – o forse soltanto addormentato – che liquida le speranze nella burocrazia; non si salvano i sindacati, eserciti di moderni Don Chisciotte sempre di fretta, incapaci persino di esser coerenti con i loro stessi ideali; non si salva l’ingenuità degli impiegati, subito pronti a calpestare i loro simili con la noncuranza della selezione naturale per ottenere una briciola di gratificazione; non si salva nemmeno il benessere dei direttori d’azienda, che dietro a visi luccicanti ed espressioni di solidarietà nascondono vite finte, famiglie inventate. Non si salva nessuno, ma non è un’immagine catastrofica – è un’immagine ironica e delicata della realtà che c’è, di quello che ci troveremo davanti quando, presa la laurea, finiti gli studi, apriremo la porta di casa. E allora, se sai che è questo quel che ti aspetta, che te la prendi a fare una laurea in filosofia (o in lettere, o in qualsiasi disciplina non direttamente traducibile in un impiego pratico)? È la domanda ricorrente, quella che ti ossessiona durante l’ultimo anno del liceo. È la domanda sulle facce degli amici dei tuoi genitori quando ti chiedono “cos’hai scelto?”, e tu, “filosofia”, e sono i loro sorrisetti imbarazzati, la loro perplessità espressa in un “per poi fare cosa?”. Finché ci sono solo i sorrisetti imbarazzati, li si può sopportare; ma il ‘per poi fare cosa’ è un’altra storia. Perché, per qualsiasi motivo tu abbia scelto quello che hai scelto, che sia semplicemente per passione o per la convinzione che fosse l’unico modo in cui avresti evitato di passare altri cinque anni in costante attesa di poterti liberare di un altro dovere, l’interrogativo del dopo non ti abbandona mai; magari agli amici dei tuoi rispondi con orgoglio “è quello che amo, da qualche parte arriverò”; però, quando sei solo e non c’è chi ti possa dare torto o ragione, ti chiedi se quello della passione non sia un alibi, se in fondo la tua non sia stata l’egoistica scelta di un bambino che vuole giocare e non crescere, che si copre gli occhi con le mani perché sa che i mostri ci sono ma finché non li vede può non crederci. Se sai che è questo quel che ti aspetta, che te la prendi a fare una laurea in filosofia? A che ti serve? Non credo ci sia qualcuno che può rispondere, e non ci sono soluzioni facili. Puntare il dito contro i presunti colpevoli servirebbe a poco; è vero, non dovrebbe andare così, e come va ci fa schifo, ma il mondo lì fuori è un dato di fatto che noi dovremo affrontare, senza scuse e senza utopie, ed è un dato di fatto che ti toglie le parole. Come puoi difenderti, se quando hai scelto eri consapevole delle implicazioni? Non ti difendi: abbassi la testa e fai. Questa è l’unica arma rimasta - fare: fare quello che ci siamo scelti, farlo con tutto l’amore che è, alla fine, il famoso motivo per cui ce lo siamo scelti. L’amore arruffato, e anche un po’ troppo incosciente, che fa belli i visi di chi studia, di una bellezza sottovoce e quotidiana, arrabbiata e lieve, che sopravvive non perché serva, ma perché è nata e, di conseguenza, ha il dovere di vivere. È una bellezza totalmente priva di valore sul mercato del lavoro, lo so; ed è una bellezza con cui tra cinque anni potrò soffiarmi il naso imprecando contro me stessa - non è un qualcosa che risolva, è un qualcosa che si perpetua, che non ti puoi spiegare ma rimane nello sguardo, nella voce, nella calligrafia di cui osservi riempirsi i fogli, i tuoi e di chi, come te, fa. È un’erbaccia inestirpabile che cresce anche sui muri, e quando la vedi, è inevitabile, sorridi. Piantare ovunque i semi di quello che ami e sperare che crescano, nonostante; è la nostra sola difesa, la nostra piccola salvezza - raccontare a una bambina il mito della caverna come favola della buonanotte, e sentire di aver vinto quando alla domanda “cosa vuoi fare da grande, Lara?” spalanca gli occhi azzurri sotto gli occhiali di plastica rosa e risponde, “filosofia”. |
| Ultimo aggiornamento Sabato 24 Settembre 2011 22:16 |
Commenti
2011-03-30 22:48
2011-03-31 10:17
sicuramente più piacevoli di polemiche, percentuali e fatti tristi.