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| Italicamente ministri |
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| di Valerio Valentini |
| Lunedì 28 Marzo 2011 10:19 |
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L’ultimo, in ordine di tempo, è tale Francesco Saverio Romano, avvocato palermitano che ha ricoperto, tra le file della DC prima, e dell’UDC poi, varie cariche provinciali e regionali. Poi, a settembre 2010, folgorato – come molti altri, in quel periodo – sulla via di Arcore, si iscrive al Gruppo Misto, garantendo alla risicata maggioranza di Berlusconi i numeri necessari per sopravvivere. Martedì 22 è arrivata la sua nomina a Ministro dell’Agricoltura, giusto in tempo per convincere i dubbiosi “Responsabili” ad esprimersi a favore del conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Ah, che bella l’Italia, il Paese delle coincidenze. Ma torniamo a Romano. Nel suo curriculum, ci sono degli indubbi onori, che devono aver convinto il nostro Premier, fissato col pallino della meritocrazia, a nominarlo ministro. Nel 2003, per esempio, è stato indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione: accusa caduta per insufficienza di prove. Anche se ora la Procura della Repubblica ha deciso di riaprire l’inchiesta, a seguito di alcune rivelazioni del pentito di mafia Francesco Campanella, che aveva definito Romano “persona a disposizione di Cosa Nostra”. Ma non bastando questo a nobilitare la sua carriera, il buon Saverio deve aver pensato bene di collezionarne un’altra di indagine a suo carico: stavolta per aver intascato, a più riprese, “ingenti quantitativi di denaro” da Gianni Lapis, prestanome di don Vito Ciancimino, e da suo figlio Massimo. In cambio, Romano avrebbe favorito le società del Gruppo Gas, riconducibili allo stesso Lapis e a don Vito, “nell’interesse dell’associazione mafiosa”. A questo punto, se fossimo in uno di quei Paesi moralisti, verrebbero da fare un paio di considerazioni: primo che, ferma restando la presunzione di innocenza fino al termine di un eventuale processo, è curioso che, tra tutti gli esponenti del Pdl, la scelta del Governo sia dovuta ricadere proprio su Romano; in secondo luogo, viene da ricordare le parole di quell’anonimo magistrato siciliano, Paolo Borsellino: “L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: ‘beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso’. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. I partiti e gli uomini politici, cioè, devono non solo essere onesti, ma apparire onesti”. Ma per fortuna, visto che noi siamo in Italia e non in un Paese moralista e giustizialista, a noi di Borsellino e dell’onestà dei politici non ce frega niente.
Il che, se fossimo in uno di quegli stramaledetti Paesi moralisti e giustizialisti, basterebbe a decretare la fine di qualsiasi carriera per lui e anche per chi l’ha voluto a tutti i costi ministro della Repubblica. Se fossimo in un altro Paese. Ma noi, per fortuna, siamo in Italia.
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2011-03-28 16:04