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Italicamente ministri PDF Stampa E-mail
di Valerio Valentini   
Lunedì 28 Marzo 2011 10:19

Per fortuna che siamo in Italia, perché altrimenti ci dovremmo sorbire quell’orticante moralismo che dilaga in Germania, dove un ministro della difesa si dimette per aver copiato alcune parti della sua tesi di dottorato, robe che da noi sarebbero bollate come “quisquilie e pinzillacchere”. Oppure in Ruanda, Paese così sottosviluppato da essere inficiato da un livello tale di giustizialismo per cui il ministro dello sport si dimette dopo la pubblicazione di alcune foto che lo ritraggono con la mano indecorosamente appoggiata sul fondo schiena di alcune ragazze. E qui, guardando le foto, si rinforza l’orgoglio di essere italiano nel 2011: innanzitutto, non esiste né in cielo né in terra che un ministro debba rendere conto della sua vita privata, e per fortuna l’Italia non è il Ruanda; e poi, onestamente, le ragazze che tale Joseph Habineza palpa non sono nemmeno un gran che (guardare la foto per cerdere!). Altro che le Olgettina girls! Viva il made in Italy, insomma; viva l’Italia.

L’Italia, appunto, dove la ripetute sfilate di neo-ministri che si recano al Quirinale per giurare sulla Costituzione (sic!) offrono sempre volti nuovi e divertenti. Figure intraprendenti e bizzarre. Figure da romanzo. Sì, ma da romanzo criminale.

L’ultimo, in ordine di tempo, è tale Francesco Saverio Romano, avvocato palermitano che ha ricoperto, tra le file della DC prima, e dell’UDC poi, varie cariche provinciali e regionali. Poi, a settembre 2010, folgorato – come molti altri, in quel periodo – sulla via di Arcore, si iscrive al Gruppo Misto, garantendo alla risicata maggioranza di Berlusconi i numeri necessari per sopravvivere. Martedì 22 è arrivata la sua nomina a Ministro dell’Agricoltura, giusto in tempo per convincere i dubbiosi “Responsabili” ad esprimersi a favore del conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Ah, che bella l’Italia, il Paese delle coincidenze.

Ma torniamo a Romano. Nel suo curriculum, ci sono degli indubbi onori, che devono aver convinto il nostro Premier, fissato col pallino della meritocrazia, a nominarlo ministro. Nel 2003, per esempio, è stato indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione: accusa caduta per insufficienza di prove. Anche se ora la Procura della Repubblica ha deciso di riaprire l’inchiesta, a seguito di alcune rivelazioni del pentito di mafia Francesco Campanella, che aveva definito Romano “persona a disposizione di Cosa Nostra”. Ma non bastando questo a nobilitare la sua carriera, il buon Saverio deve aver pensato bene di collezionarne un’altra di indagine a suo carico: stavolta per aver intascato, a più riprese, “ingenti quantitativi di denaro” da Gianni Lapis, prestanome di don Vito Ciancimino, e da suo figlio Massimo. In cambio, Romano avrebbe favorito le società del Gruppo Gas, riconducibili allo stesso Lapis e a don Vito, “nell’interesse dell’associazione mafiosa”.

A questo punto, se fossimo in uno di quei Paesi moralisti, verrebbero da fare un paio di considerazioni: primo che, ferma restando la presunzione di innocenza fino al termine di un eventuale processo, è curioso che, tra tutti gli esponenti del Pdl, la scelta del Governo sia dovuta ricadere proprio su Romano; in secondo luogo, viene da ricordare le parole di quell’anonimo magistrato siciliano, Paolo Borsellino: “L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: ‘beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso’. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. I partiti e gli uomini politici, cioè, devono non solo essere onesti, ma apparire onesti”. Ma per fortuna, visto che noi siamo in Italia e non in un Paese moralista e giustizialista, a noi di Borsellino e dell’onestà dei politici non ce frega niente.

Ad onor del vero, però, bisogna riconoscere che il più fantasioso e italicamente meritevole è stato Aldo Brancher. Si tratta di un ex dirigente Fininvest, che s’era distinto talmente tanto da finire per tre mesi al carcere San Vittore, salvo poi essere rilasciato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. L’accusa era quella di falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti, nell’ambito di Tangentopoli. Condannato in primo e in secondo grado, se la scampa in Cassazione grazie ad altre fantasie tutte nostrane, di quelle che, ancora un volta, ci rendono orgogliosi. Infatti il finanziamento illecito decade per la sopraggiunta prescrizione, mentre il falso in bilancio è stato ormai depenalizzato. Da chi? Da Berlusconi, che è anche il suo datore di lavoro. Sempre per la serie: la bellezza delle coincidenze italiane. Ebbene, il fido Brancher, il 18 giugno scorso è stato nominato ministro per il federalismo, giusto in tempo (ancora coincidenze: evviva l’Italia!) per chiedere il legittimo impedimento. Eh già, perché, essendo recidivo, nel frattempo aveva già accumulato altre due accuse: ricettazione e appropriazione indebita. Ma a quel punto, insospettito, il presidente Napolitano rifiuta di concedere il legittimo impedimento, e così Brancher è costretto a dimettersi da ministro e a farsi processare. Il 3 marzo è stato condannato in secondo grado a due anni di reclusione.

Il che, se fossimo in uno di quegli stramaledetti Paesi moralisti e giustizialisti, basterebbe a decretare la fine di qualsiasi carriera per lui e anche per chi l’ha voluto a tutti i costi ministro della Repubblica. Se fossimo in un altro Paese. Ma noi, per fortuna, siamo in Italia.

 

 

 

Commenti 

 
#1 A chi importa?Adriano Sabatini

2011-03-28 16:04

A chi può interessare tutto questo? Ad un Paese che non ha nervo, ad un Paese che crede che tutto sia giusto così....ad un Paese che vuole solo imitare la classe politica per diventare come loro e con tutte le loro "offerte speciali" fatte da questa politica. Non ci si potrà rialzare mai!