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Tutto quello che dovreste sapere....e che noi abbiamo avuto il coraggio di chiedere PDF Stampa E-mail
di Alessandro Rico   
Giovedì 24 Marzo 2011 16:44

L’emozione non ha voce, ma ha il referendum. Quando, nel 1986 ebbe luogo il disastro di Cernobyl, gli italiani si affrettarono a porre il veto sul nucleare; e adesso l’onda anomala dell’emotività rincorre lo tsunami che ha cagionato la crisi di Fukushima, restituendo l’immagine di un dibattito in cui a tenere il banco sono diffidenza e paura, maturate all’ombra dell’analfabetismo scientifico, se non di un preconcetto ideologico ambientalista astutamente venduto agendo sul “sonno della ragione”, che – Goya docet – genera mostri.

 

Per far luce sul problema ho pensato allora di consultare Carlo Cosmelli, Docente di Fisica all’Università “La Sapienza” di Roma e attivo nel campo della ricerca sul comportamento quantistico degli oggetti macroscopici. Il professor Cosmelli per la verità resterà contrario al nucleare in Italia – «come a qualunque altra opera industriale» – finché sarà in carica questo Governo: a suo avviso una buona parte degli appalti delle grandi opere nel nostro Paese è appannaggio della criminalità organizzata. «Il Governo è fortemente colluso con la mafia: la mafia che ha realizzato il complesso per il G8 alla Maddalena, la mafia che ha costruito la Casa dello Studente all’Aquila, la mafia che è all’origine delle fortune di Berlusconi, il cui padre era direttore della banca Rasini, indicata da Falcone come la responsabile delle operazioni di riciclaggio di denaro appartenente a Cosa Nostra». Una disapprovazione transitoria che deriva dunque da un giudizio politico e non scientifico.

 

Ma così, professore, dovremmo sigillare ogni cantiere italiano. E il discorso che lei riserva al nucleare, dovrebbe valere anche per il solare e per l’eolico. È un po’ come dire: “Non esco di casa perché ho paura di essere investito”.

«No, è molto peggio. Se la criminalità organizzata realizza un impianto fotovoltaico, nel peggiore dei casi non funzionerà. Quello che può succedere con una centrale nucleare è certamente più grave. È vero, corriamo il rischio di bloccare tutto. Ma oggi in Italia ci troviamo in una situazione di emergenza democratica».

Concentriamoci sulla questione scientifica: quali sono i fenomeni fisici coinvolti nel funzionamento di un rettore nucleare? E che differenza c’è tra fissione e fusione nucleare?

«Il principio del funzionamento del reattore nucleare a fissione, quello attualmente utilizzato, è questo: consideriamo degli atomi di grande massa, come l’uranio, che sono radioattivi, cioè decadono emettendo particelle di alta energia. Se ne prendiamo un numero abbastanza grande, le particelle emesse da un atomo favoriscono il decadimento e l’emissione di particelle dall’atomo vicino: inizia così la cosiddetta reazione a catena che porta ad alta temperatura tutta la massa di combustibile. Se poi mettiamo dell’acqua intorno a questa massa, l’acqua si scalda, diventa vapore ad alta pressione che fa girare una turbina e produce energia elettrica. Finché c’è dell’acqua che circola intorno alle barre di combustibile, la temperatura e la pressione rimangono a livelli di sicurezza. Se per caso s’interrompe la circolazione dell’acqua e non si riesce ad interrompere la reazione nucleare, allora la temperatura sale, il sistema comincia a produrre gas ad altissima pressione e può avvenire un’esplosione (convenzionale, non nucleare), come a Cernobyl.

La fusione nucleare, invece, è il processo opposto: mentre la fissione è fatta con atomi pesantissimi, nella fusione si prendono nuclei leggerissimi, prevalentemente l’idrogeno, che, se avvicinati, si “fondono” ed emettono energia. Il problema è che per vincere le forze repulsive tra gli atomi sono necessarie temperature, pressioni e densità elevatissime: così, a milioni di gradi, gli atomi devono essere confinati attraverso un campo magnetico, perché fonderebbero qualunque materiale con cui venissero a contatto. Ad oggi si è in grado di mantenere tali livelli di temperatura, pressione e densità solo per brevissimi intervalli di tempo e non è detto che in futuro si riesca a implementare questa tecnologia».

Cosa sta succedendo a Fukushima in Giappone?

«Le parole del presidente dell’associazione mondiale per l’energia nucleare, ad una settimana dall’incidente, sono indicative: “Voglio andare a vedere personalmente perché non so cosa è successo”. Quello che sicuramente è accaduto è che in seguito al terremoto si è interrotta la fornitura di corrente agli impianti di raffreddamento; sono entrati in funzione i sistemi di emergenza, ma lo tsunami ha spazzato via gli edifici dove erano situati. Si tratta purtroppo di un problema tipico delle centrali nucleari progettate negli anni ‘60, che avevano un solo sistema di raffreddamento d’emergenza. Oggi, infatti, si tende a realizzarne più di uno. Ma la cosa che ci costringe ad esaminare bene cosa sia successo, è che il reattore che ha dato e continua a dare più problemi, con la fuoriuscita di materiale radioattivo, è quello in cui c’erano delle barre di uranio già esaurito, non in funzione. Se si sia trattato di un errore umano – di non essersene occupati subito – o di un errore di progettazione è qualcosa che va assolutamente investigato. Una soluzione nell’immediato potrebbe essere di “spegnere” tutti i reattori di non ultimissima generazione, affidandosi solo a quelli che prevedono standard di sicurezza più elevati, o alla cosiddetta “sicurezza passiva”, quella in cui in caso di emergenza non c’è una macchina che deve funzionare, ma il processo di raffreddamento avviene “naturalmente”, per esempio grazie alla forza di gravità».

Il processo di fissione produce delle scorie. Per molti questo è il problema principale del nucleare, intanto perché le scorie continuano a lungo ad emettere radiazioni, in secondo luogo poiché ritengono che nessun Paese sappia veramente come smaltirle.

«Non sono d’accordo che questo sia il problema principale, è uno dei problemi. Tre anni fa, a Venezia, si tenne un congresso internazionale sulla questione energetica mondiale in cui affiorarono problemi anche riguardo all’anidride carbonica emessa dalle centrali convenzionali a carbone o a petrolio; al momento l’unica soluzione proposta per il suo smaltimento è di portarla a 200 atmosfere [misura di pressione, ndr] e di seppellirla; ma basta un terremoto perché i contenitori si danneggino e l’anidride carbonica fuoriesca. Le scorie nucleari, invece, sono vetrificate. È vero poi che alcuni materiali restano radioattivi, quindi pericolosi, per mille anni, ma ce ne sono altri che hanno invece una curva di decadimento più rapida, dell’ordine di un centinaio di anni; inoltre, i materiali più radioattivi possono essere riutilizzati nelle centrali. Il progetto americano di edificazione di una centrale che lavori a livelli di radioattività pari a quelli medi terrestri è stato abbandonato, ma probabilmente aveva dei parametri troppo spinti. In realtà, pure quando si parla di “energia pulita” ci si inganna: tutti i metodi di produzione di energia comportano l’emissione di scorie. Il solare, ad esempio, considerato l’energia pulita per eccellenza, ha scorie pericolose per la salute. Una cella solare è costituita non solo da silicio, ma anche da cadmio, materiale cancerogeno. Pensi che dieci-quindici anni fa, in California fu introdotto l’obbligo di mettere in circolazione un certo numero di auto elettriche in ogni città; dopo qualche anno ci si trovò costretti a tornare indietro, perché lo smaltimento delle batterie, molto inquinanti, era delegato agli utenti e non sempre era effettuato secondo le norme di legge».

Il prezzo dell’energia nucleare dipende in minima parte (tra il 5% e il 7%) dalla materia prima e prevalentemente dai costi di realizzazione di un impianto e da quelli legati allo smaltimento delle scorie. A tal proposito, i detrattori del nucleare osservano che costruire una centrale richiede tempi molto lunghi (e quindi oneri elevati).

«Falso: per l’ultima centrale aperta in Giappone, dal momento in cui è stata posta la prima pietra a quello in cui è stata allacciata la corrente elettrica, sono trascorsi trentasei mesi. Peraltro, le spese per la costruzione di centrali sono note; quello che può cambiare è l’adozione di misure di sicurezza diverse da quelle di progetto – si veda la centrale in costruzione in Finlandia. Un problema a parte, come al solito, è quello italiano: le procedure di approvazione per l’edificazione una centrale sono talmente tante che non credo siano percorribili in tempi brevi».

Alla luce delle opinioni discordanti sulla durata delle risorse di uranio (per alcuni sessant’anni, per altri un millennio), della possibilità futura di estrarlo in maniera economica dal mare o dal carbone e dello sviluppo di tecnologie che si servano di materiali alternativi (come il MOX), condivide la posizione della Commissione Europea per l’energia, che ha rubricato il nucleare sotto la voce “fonti non rinnovabili”?

«In parte sì, in parte no. In futuro molto probabilmente si arriverà a disporre di reattori autofertilizzanti (quelli famosi di quarta generazione, non ancora esistenti) e il problema della materia prima sarà trascurabile; la mia opinione è che il nucleare odierno sia necessario ancora per trenta-quarant’anni. Un po’ come se ci trovassimo nel deserto e dovessimo raggiungere l’oasi più vicina, avendo a disposizione, lungo il tragitto, dell’acqua sporca: sarebbe meglio bere acqua pulita, ma nel frattempo ci accontentiamo».

Torniamo alla questione economica: in tanti sostengono che l’adozione dell’energia solare comporterebbe un abbattimento dei costi per il consumatore, anche grazie ai vantaggi derivanti dagli incentivi e dal fatto che lo Stato riacquista l’energia in eccedenza.

«Il fatto che il solare sia economico perché lo Stato ci ricompra l’energia che produciamo è una cosa ridicola, una delle tante balle raccontate da Grillo. È vero che oggi lo Stato mi ricompra l’energia e che io ci guadagno, ma questo funziona se pochissime persone installano pannelli fotovoltaici, non su grande scala, perché chiaramente lo Stato non può comprare da tutti energia al doppio del prezzo di mercato. Si noti che la Germania, che negli ultimi venti anni ha investito molto sul solare, ha potuto farlo reimpiegando i fondi risparmiati usando il nucleare invece che comprare petrolio. Sulle energie pulite e in particolare sull’eolico, c’è un altro mito da sfatare: consultando in rete le mappe del più grosso produttore di energia eolica in Europa, la Danimarca, si può osservare che su una scala di efficienza dell’eolico compresa tra 1 e 5, in cui 5 è l’efficienza minore, all’Italia è assegnato quasi interamente il valore 5. Perché? Perché un vento efficace deve essere debole e costante e l’Italia è invece battuta da venti rapidi e incostanti. Né la soluzione può essere quella adottata in tutto il Nord Europa di installare delle pale in mare, ove il vento è debole e continuo, perché il Mediterraneo ha fondali profondi già a pochi chilometri dalla costa e costerebbe troppo costruirci sopra; più adatto è il Mare del Nord.

Il nucleare sembrerebbe allora la fonte più economica.

«Per ora sembra che lo sia almeno quanto altre fonti che però possono avere più fluttuazioni legate a cause politiche (petrolio, gas…), anche se man mano che vengono migliorati gli standard di sicurezza il costo dell’energia aumenta. Ma va specificato che il costo per ogni Paese dev’essere calcolato a seconda della richiesta e anche del volume di energia da produrre. Per esempio, il silicio che si utilizza per la costruzione di una cella solare è un silicio “sporco”, disponibile in quantità modeste. Ma se si adottasse un sistema di produzione su larga scala bisognerebbe ricorrere al silicio ultrapuro, fatto che provocherebbe una lievitazione dei costi. Il discorso sul prezzo dell’energia varia sempre nel passaggio da piccola a grande scala».

Ad ogni modo, nel caso del solare e dell’eolico è possibile immaginare un sistema basato su una rete di piccoli produttori. Col nucleare non si corre il rischio di favorire dei monopoli?

«È vero. Ma il monopolio è pericoloso quando è uno; già quando sono due o tre, lo è di meno.

Per esempio, l’anno scorso la Francia ha perso l’appalto per costruire due centrali in Arabia Saudita, perché l’hanno vinto i coreani. Nel mondo non c’è un unico produttore di nucleare: a vendere questa tecnologia attualmente ci sono la Francia (due società), gli Stati Uniti (due società), la Corea, il Giappone e la Cina. l’Ansaldo di Genova è una delle prime aziende al mondo nella costruzione delle parti meccaniche dei reattori. In questo senso, se abbiamo un sistema industriale ad altissima efficienza in cui una parte dei prodotti è fatta in Francia, una parte in Italia, una in Germania, una in Corea eccetera, il rischio di una monopolizzazione va scemando. Nel caso del piccolo produttore c’è poi il problema dello smaltimento dei rifiuti, molto difficile da controllare, specie in un Paese come il nostro.

Comunque sia, tutta l’alta tecnologia è soggetta a dei possibili monopoli: quando si comincerà a produrre celle solari ad alto rendimento, ci sarà qualcuno che possiederà il know how. L’unico modo di evitarlo è che ogni Paese investa nella ricerca».

Ipotizzando uno scenario felice, in cui a suo avviso venissero meno le possibilità di infiltrazione mafiosa negli appalti per le grandi opere, quale sarebbe il suo parere sul futuro energetico dell’Italia?

«Di base una cosa deve essere chiara: ogni sistema di produzione di energia ha dei costi, dei pericoli, delle scorie da eliminare; non esiste un sistema perfetto. Mi trovo in linea con le conclusioni che Carlo Rubbia trasse al termine della famosa conferenza di Venezia del 2008: sono a favore del nucleare E del solare, ma non il nucleare di oggi né il solare di oggi: quelli del futuro, cioè un nucleare molto più sicuro ed efficiente e un solare meno costoso e meno invasivo dal punto di vista ambientale.

Comunque, anche supponendo di aver eliminato il problema delle infiltrazioni nello Stato della criminalità organizzata, resta un fatto: non esiste risposta alla domanda “meglio il nucleare o il solare, il gas o l’eolico…?”. Qualunque Paese è un caso a sé. Quello che fanno i Paesi civili è predisporre un SERIO piano energetico a medio termine (10-30 anni) ed uno a lungo termine, analizzando le risorse e le esigenze e stabilendo quale sia il mix ottimale di fonti energetiche di vecchio tipo (petrolio - gas), rinnovabili attuali (eolico - solare), nucleare attuale e investendo e prevedendo nello scenario più a lungo termine».

E dove collocherebbe le scorie nucleari prodotte nelle centrali italiane?

«Intanto va detto che le scorie nucleari sono di tre tipi, ognuno dei quali va trattato in modo diverso. Per i “cubi” di combustibile vetrificato ci sono varie soluzioni. Ciascun Paese sceglie una piccola area; quella individuata in Basilicata, per esempio, è sicuramente adatta: la parte altamente radioattiva delle scorie ha infatti dei piccoli volumi e richiede quindi dei piccoli siti, nell’ordine di poche decine di metri cubi che diventano qualche centinaio adottando le misure di sicurezza. Oppure si possono indicare tre o quattro grandi siti comuni per tutta l’Europa. Un’ulteriore soluzione sarebbe l’utilizzo di combustibili diversi (U-Th) che hanno tempi di decadimento di decine-centinaia di anni».

In un’intervista Umberto Veronesi ha dichiarato che a suo parere, considerando il numero totale di incidenti occorsi finora in Occidente, l’edificazione di una centrale implica meno rischi di un viaggio in aereo o in automobile; e ha sottolineato che il passaggio al nucleare ci libererebbe dalla dipendenza dai Paesi mediorientali esportatori di petrolio. Il geologo Mario Tozzi, in risposta, ha fatto notare che piuttosto finiremmo col vincolarci ai Paesi produttori di uranio, come l’Australia.

«Che ci siano stati pochi incidenti è vero, statisticamente il nucleare è sicuro. Tuttavia la valutazione del rischio non si basa solo sulla percentuale di sinistri, ma anche sulla gravità del danno: se cade un aereo muoiono cento persone, mentre le conseguenze derivanti da un incidente in una centrale sono potenzialmente molto più serie. Fortunatamente centrali come Cernobyl sono vietate in tutto il mondo, ma non saprei dirle, ad esempio, come sono le centrali della Cina! Ed ora la vicenda del Giappone (un fortissimo terremoto, seguito da un ancor più forte tsunami) obbligherà tutti gli esperti di rischio ad analizzare a fondo cosa sia successo e perché. Il fatto che sia stato un evento congiunto con la probabilità di avvenire una volta ogni mille anni rende tutto più difficile ed influenza scelte economiche, politiche e sociali.

Per quanto riguarda il discorso della dipendenza energetica: se qualcuno avesse detto che è solo la Libia ad avere l’uranio, io mi sarei preoccupato di più; il fatto che ce l’abbia solo l’Australia non mi sembra allarmante. Nessuno si preoccupa tanto del fatto che gli americani abbiano la bomba atomica (anche se sono stati i primi a lanciarla); ci si preoccuperebbe se fosse Gheddafi ad averla. È auspicabile sciogliersi dai legami con certi Paesi del Medio Oriente».

I giudizi politici sono ovviamente personali: si può sostenere il Governo o criticarlo, si può propendere per scelte drastiche, come quella del professor Cosmelli, o confidare nell’Italia degli amministratori onesti e dei controllori attenti. Quel che è inequivocabile è il dato scientifico: checché se ne dica, il nucleare è una tecnologia con elevati e perfettibili standard di sicurezza, le scorie sono controllabili, i vantaggi delle fonti alternative sono (allo stato attuale) ridotti ed è quindi a mio parere ingiustificabile un nuovo divieto permanente di sviluppo per il settore – indipendentemente dall’Apocalisse mafiosa, che mi sembra la controparte politica del catastrofismo emotivo seguito a Cernobyl e Fukushima.

Ma se è vero che è più facile spaccare un atomo che sradicare un pregiudizio, mi sa che c’è da stare in pensiero.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Marzo 2011 16:48
 

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