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Declino del calcio specchio del declino del Paese? PDF Stampa E-mail
di Alessandro Mortari   
Venerdì 18 Marzo 2011 10:38

Nel mondo degli opinionisti sportivi (tra tutti Beha, Sconcerti, Gianni Mura) da qualche anno a questa parte ci si domanda con una certa frequenza se la progressiva – si spera non inarrestabile – decadenza del calcio italiano possa considerarsi un riflesso del periodo di stagnazione che il nostro Paese sta attraversando.

In effetti, a prescindere dalla recentissima vittoria interista in Champions League con il Bayern Monaco, che, per come è maturata, ha quasi del miracoloso, se le maggiori squadre che in campo internazionale rappresentano l’Italia sistematicamente vengono eliminate e prendono lezioni da quasi tutte le compagini europee, sia dalle più blasonate, che dalle emergenti, nonché –rimediando in tal modo figure impietose – da quelle che per tradizioni e mezzi tecnici ed economici militerebbero quasi sicuramente in una nostra serie cadetta o ancor peggio in serie semiprofessionistiche, il dubbio sorge spontaneo.

 

Non saremmo troppo perentori, tuttavia, se dicessimo che accogliere favorevolmente questa tesi del declino del calcio nostrano come specchio della situazione generale dell’Italia sarebbe frutto di una posizione superficiale, dal momento che si trascurerebbe il fatto – incontestabile – che in tanti altri settori sportivi il nostro Paese è all’avanguardia ed anzi riesce spesso ad esprimere il meglio di sé: si pensi ai trionfi internazionali del tennis, alla costante evoluzione dei movimenti cestistico e rugbistico, ai record mondiali nel nuoto e così via.

Se dunque vogliamo cimentarci in un’analisi più argomentata, anzitutto bisogna considerare una politica a livello societario assolutamente non all’avanguardia rispetto agli standard europei e, quindi, fallimentare. Le ricche famiglie che gestiscono le maggiori squadre di serie A (si pensi ai Berlusconi, ai Moratti, ai Sensi, agli Agnelli) in genere investono il proprio capitale, per giunta risicato rispetto ai budget di cui dispongono i più rilevanti colossi europei, in modo spesso irrazionale, dettato dalla voglia di vincere tutto e subito: si acquistano dunque campioni affermati (o per lo più bolliti), con grande esperienza alle spalle, ma con ingaggi elevatissimi, il cui apporto il più delle volte non si rivela determinante. Oppure si gioca al risparmio, con la speranza, sistematicamente infranta, che mezzi giocatori possano compiere miracoli. Il tutto con la gravissima conseguenza che la potenzialità dei settori giovanili (su cui ad esempio ha costruito le proprie fortune il Milan a cavallo degli anni ’80 e ’90, o il decantato Barcellona dei giorni nostri), possibile fucina di giovani talenti prelevabili a costo zero, viene colpevolmente ignorata. E, connesso a tutto ciò, v’è un generale innalzamento dell’età media dei giocatori che militano nella nostra massima serie, che, tranne che per qualche miracolo atletico di singoli giocatori, comporta –e ciò lo si vede in maniera vistosa- una minore intensità di corsa, quella corsa che nel calcio moderno si rivela prerogativa fondamentale, ben più incisiva della mera tecnica.

Certo è che, in ogni caso, tra le maggiori cause dell’esiguità del budget, di cui si parlava prima e che non permette di dare immediata competitività alle squadre italiane, si pone indubbiamente un regime normativo che assolutamente non agevola le più importanti società: si pensi in primis al fatto che in Italia solo da un anno a questa parte si inizia a parlare di stadi di proprietà dei club (già realtà nel resto d’Europa), che rappresentano una fonte diretta ed ingente di guadagno e che rendono più efficiente e più costante la manutenzione degli impianti. Manutenzione che i comuni, che attualmente hanno in gestione, non possono sempre garantire a causa della disponibilità di cassa, e che invece rappresenta un aspetto fondamentale, sia per gli spettatori che per i calciatori, il più delle volte costretti a giocare su terreni sconnessi e pesanti che rendono impossibile lo sviluppo di un gioco spettacolare.

Ma si pensi anche alla vigente legge sui diritti televisivi, che sebbene da un lato venga incontro alle legittime esigenze delle compagini minori, con il concetto di equa redistribuzione delle somme che le emittenti televisive versano per poter trasmettere le partite dei campionati professionistici, dall’altro penalizza i club maggiori che vedono sfumare un’altra possibilità di introito. Con la conseguenza che la serie A tende ad una maggiore competitività interna, che combinata con un indebolimento delle nostre teste di serie, produce l’effetto di un incalzante immediocrimento.

A ciò va ad aggiungersi il problema (che dovrebbe tra qualche anno essere ridimensionato dal progetto della Uefa di un fair play finanziario) rappresentato dalla presenza di un regime fiscale completamente differente rispetto, ad esempio a quello della Spagna, con il risultato che non è possibile per le squadre italiane fare ciò che invece lo è per quelle iberiche, ovvero la capacità di fare investimenti di un certo spessore a fronte di indebitamenti colossali e pregressi.

Non pare invece convincente il discorso relativo all’animosità, alla non accettazione delle decisioni arbitrali, insomma alla scarsa cultura sportiva nel mondo dei supporters che c’è nel nostro Paese e che contribuirebbe, secondo i più, ad una perdita di appeal del calcio italiano. Il pallone ha sempre assurto a ruolo di sport nazionale (non dimentichiamoci - sfoderando in questa occasione un po’ di sciovinismo- che in quanto a titoli mondiali siamo secondi solo al Brasile e che siamo pur sempre gli inventori della tattica, del catenaccio, del famigerato 4-4-2 e di tante altre cose oggi essenziali), con la conseguenza che ha in ogni tempo generato infinite discussioni, infinite polemiche (condannabili chiaramente quelle che provocano violenza e disordini) che pur nella loro frequente trivialità rappresentano un aspetto che potremmo definire folkloristico e che è difficilmente eliminabile: ci abbiamo convissuto in tempi di vittorie, ci conviviamo in tempi di sconfitte, ci convivremo in un futuro si spera di nuovi successi.

Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Marzo 2011 15:47
 

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