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| Il Grinta di Joel & Ethan Coen |
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| di Massimo Sconci |
| Martedì 01 Marzo 2011 18:24 |
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La quattordicenne Mattie Ross (Hailee Steinfeld), per vendicare l'assassinio del padre, ingaggia Rooster Cogburn detto il Grinta (Jeff Bridges), un vecchio sceriffo orbo e ubriacone in cerca di riscatto. Inizialmente riluttante, Cogburn decide di intraprendere il viaggio alla ricerca del sanguinario Tom Chaney (Josh Brolin), coadiuvato dal Texas Ranger LaBouef (Matt Damon) e dalla stessa Mattie. In questo paese per vecchi la giovane protagonista cerca il suo “spazio”, crea il suo mondo mitizzato inseguendo una leggenda che forse esiste solo nei sogni e nei racconti. Il Grinta dei fratelli Coen non è un remake dell'omonimo film del 1968 con John Wayne, ma è un nuovo adattamento del romanzo Un vero uomo per Mattie Ross di Charles Portis di cui si conserva lo spirito sarcastico e disincantato. Il ciclone da fissare attoniti alla fine di A Serious Man è passato e ha lasciato il suo segno. Non è più tempo per cercare di fare ordine, di contenere il caos. Bisogna accettarlo, provando a surfarne l’onda lunga, fare i conti con una morte senza ragione e affiancarsi ad eroi che eroi non sono (più). È quello che fa la straordinaria Hailee Steinfeld, ragazzina protestante che con una rivoluzione copernicana tanto semplice quanto profonda diviene il centro di un racconto western che non è classico, né revisionista, né post-moderno ma è tutte queste cose messe insieme, per diventare qualcosa di nuovo. Perché il ciclone si è abbattuto anche sul genere (sui, generi) e ragionare secondo quei termini è oramai inutile. È un western cupo e amaro, ma profondamente divertente; epico e grandioso pur essendo minimalista; estremamente classico dal punto di vista formale e post-moderno per come gioca con i topoi del cinema per proporre nuove chiavi di lettura e d'osservazione sul mondo. Il Grinta è diverso da tutti gli altri titoli della filmografia coeniana e indissolubilmente connesso ad essa: in modo particolare a Il grande Lebowskie la scelta come protagonista di Jeff Bridges è solo uno degli innumerevoli legami con la (grandiosa) pellicola del 1998. Rooster Cogburn è infatti un Drugo ante litteram: un outsider, un dinosauro d'altri tempi slegato dalla realtà in cui vive e non particolarmente interessato a ricollegarsi ad essa, malinconicamente rassegnato alla propria marginalità, una figura tragica e grottesca. Così come tragica e grottesca è la realtà descritta, dove la vendetta personale non è l'ultima ratio, ma l'unica strada percorribile per ottenere giustizia e tragiche e grottesche sono le figure di contorno della vicenda come il rigido e maldestro Texas Ranger LaBouef o il criminale spietato e piagnucoloso Tom Chaney. Superando se stessi e le proprie convenzioni abbracciandole obliquamente, i Coen omaggiano e tratteggiano con luterano rigore ed ebraico misticismo un incontro che è capace di scuotere in egual misura un vecchio ubriacone e una ragazzina rigida e caparbia. Sintetizzando, in quell’ incontro spigoloso e tenero e nelle sue conseguenze, la consapevolezza amara della fine di un’era. Di una trasformazione, una transizione inevitabile e necessaria. Alla quale tutti, ognuno a suo modo, consapevolmente o meno, sono chiamati a partecipare, pagando un prezzo che è offerta (generosa) delle proprie possibilità. Allora, nel west, come oggi. Sontuoso, impeccabile, visivamente splendido (da applausi la fotografia di Roger Deakins), sostenuto da magnifiche e carismatiche interpretazioni (Jeff Bridges ovviamente, ma a sorprendere è la strepitosa esordiente Hailee Steinfeld) Il Grinta dei fratelli Coen è un film spigoloso, difficile, affascinante e ammaliante che colpisce forse più la testa che il cuore e che soffre di un eccessivo auto compiacimento della propria perfezione formale. Quasi manierista, ma un manierismo di gran classe. Da non perdere. |